French · Filosofia occidentale

Gloire

Da Schopenhauer, la gloria è il corrispettivo positivo dell’onore, e il suo esatto contrario: laddove l’onore attesta soltanto che non si fa eccezione, la gloria afferma che se ne è una. Non la si può rivendicare — nessuno può attribuirsela da sé — ma si conquista con una produzione fuori dal comune, azione o opera. Le azioni dipendono dall’occasione e dal testimone; le opere, invece, durano e si giudicano da sé, il che rende la loro gloria la più sicura e la più tardiva.

Honneur et gloire sont jumeaux, mais à la façon des Dioscures dont l’un, Pollux, était immortel, et dont l’autre, Castor, était mortel : l’honneur est le frère mortel de l’immortelle gloire.
Arthur Schopenhauer, Aphorismes sur la sagesse dans la vie, Chapitre IV, De ce que l'on représente, § IV — La gloire. Germer Baillière, 1880 · trans. J.-A. Cantacuzène

Schopenhauer chiude il capitolo su ciò che si rappresenta con un’immagine: onore e gloria sono gemelli, ma come i Dioscuri, di cui uno, Polluce, era immortale, e l’altro, Castore, mortale — «l’onore è il fratello mortale della gloria immortale». La formula vale solo per la gloria più alta, la gloria vera; ne esistono anche specie effimere, vane quanto l’onore è fragile.

La differenza sta nel regime dei meriti. Schopenhauer la pone senza giri di parole: «l’onore si applica solo a qualità che il mondo esige da tutti coloro che si trovano in condizioni simili, la gloria solo a qualità che non si possono pretendere da nessuno; l’onore riguarda meriti che ognuno può rivendicare pubblicamente, la gloria meriti che nessuno può attribuirsi da sé». Aggiunge: «L’onore si limita dunque ad attestare che quel soggetto non fa eccezione, mentre la gloria afferma che ne è una». L’onore si deve, non si fa che non perderlo; la gloria, invece, si conquista — e solo attraverso produzioni eccezionali.

Queste produzioni sono atti o opere, e Schopenhauer propende nettamente per le seconde. Le azioni dipendono dall’occasione, dalla testimonianza, da una memoria che si cancella; le opere restano ciò che sono in sé, finché durano. Del nome di Alessandro Magno non rimane che un ricordo; Platone, Aristotele, Omero, loro, sono ancora presenti, vivono e agiscono direttamente. La gloria degli atti è incerta e fugace; quella delle opere, lenta a venire, è l’unica che sia certa.

La gloria ≠ l’onore: negativo, universale, lo si perde solo con una colpa, mentre la gloria è positiva, eccezionale, e si acquisisce con un atto o un’opera fuori dal comune. Essa ≠ neppure la megalopsuchia aristotelica: la grandezza d’animo è una disposizione interiore, il giudizio che il magnanimo dà di sé e che si verifica nella sua condotta; la gloria schopenhaueriana è un giudizio esterno, l’opinione altrui che si lega a posteriori a una produzione, e di cui l’autore, il più delle volte, non gode nemmeno in vita.

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