Kamuy
kamuy (variante romanisée kamui)
Parola ainu (Hokkaidō, Sachalin, Curili) spesso resa con «dio» o «spirito», ma che indica soprattutto un essere non umano: il gufo, l’orso, il fuoco del focolare, l’acqua corrente, persino l’imbarcazione di legno. Nei *yukar* — i canti trascritti già nel 1922 da Chiri Yukie, prima Ainu a fissare la letteratura orale del suo popolo —, un *kamuy* parla in prima persona e porta il proprio ritornello. L’anziano Shigeru Kayano lo esprime con semplicità: un dio abita ogni elemento della grande terra, e questi dei somigliano agli umani, parlano, hanno il proprio paese. *Kamuy* non designa dunque «la Natura» come uno sfondo impersonale, ma un ospite che si accoglie, a cui si rendono onori e che si può offendere.
A god dwells in each element of the great earth mentioned in these tales, she would tell us, in the mountains off in the distance from Nibutani, the running waters, the trees, the grasses and flowers.
Kamuy si traduce con « dio » per mancanza di meglio, ma la parola dice altro rispetto al divino delle religioni del Libro. Non indica un essere supremo al di sopra del mondo: indica una persona — il gufo pescatore, l’orso bruno, il fuoco del focolare, l’acqua che scorre — dotata di parola e di volontà, che ha la sua dimora altrove e acconsente a venire ad abitare per un tempo il mondo degli umani. Chiri Yukie, trascrivendo i yukar nel 1922, ne offre la prova nella forma stessa dei canti: non è il poeta a descrivere l’uccello dall’esterno, è l’uccello a cantare « io », con il suo ritornello.
Shigeru Kayano, cresciuto nella lingua a Nibutani, ne dà la versione domestica: un dio abita ogni elemento della grande terra, e questi dèi « somigliavano agli umani, parlavano la stessa lingua, dormivano di notte e lavoravano di giorno, nel paese degli dèi ». Il kamuy non è dunque né un’astrazione né un panteismo vago in cui « tutto sarebbe sacro »: è una società di soggetti, ciascuno nominato, ciascuno incontrabile.
È ciò che lo distingue dalla nostra parola Natura, quel singolare impersonale che si gestisce o si preleva. Un kamuy non si gestisce: si accoglie, come un ospite a cui si devono riguardi e che si può offendere. Come il puhpowee potawatomi o la grammatica dell’animicità di Kimmerer, è una parola che cambia il posto del vivente nella frase: lo fa passare dal rango di oggetto osservato a quello di persona che, a sua volta, ci guarda.