French · Potawatomi

Grammaire de l'animéité

Formula con cui la traduttrice di Robin Wall Kimmerer rende l'inglese *« grammar of animacy »*. Nel potawatomi — lingua anishinaabe dell'infanzia perduta dell'autrice —, la lingua stessa distingue gli esseri tra animati e inanimati, e annovera tra gli animati molto più degli umani: le piante, le rocce, l'acqua, le montagne. Non è il parlante a scegliere di trattare l'albero come soggetto; è la struttura della lingua a imporglielo. Laddove l'inglese — e l'italiano — dispongono solo di *« questo »* o *« quello »* per il non-umano, il potawatomi coniuga il vivente come una persona.

Un professeur de langue de ma connaissance m’a expliqué que la grammaire reflète la façon dont nous établissons nos relations. Une grammaire de l’animéité nous inciterait peut-être à repenser nos modes de vie et notre rapport au monde.
Robin Wall Kimmerer, Tresser les herbes sacrées, Chapitre 6, « Apprendre la grammaire du vivant » (pp. 60-61). Le Lotus et L'éléphant, 2021 (ISBN 978-2-01-714064-1) · trans. Véronique Minder

Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la formattazione Markdown e gli elementi richiesti:

La parola chiave è grammatica. Kimmerer non dice che si dovrebbe parlare poeticamente degli alberi; constata che la sua lingua ancestrale lo fa già, al di là di ogni intenzione. La distinzione tra animato e inanimato è iscritta nella coniugazione, non nel talento del poeta. «Tutto sta nei pronomi», scrive: dire di un acero qualcuno invece di qualcosa non è un artificio stilistico, è una regola della lingua che decide in anticipo se sia un soggetto o un oggetto.

La posta in gioco è morale tanto quanto linguistica. Quando diciamo di un albero che è qualcosa, racconta Kimmerer, «ne facciamo un oggetto; ci assolviamo da ogni responsabilità morale nei suoi confronti». La studentessa Carla obietta che parlarne come di una persona sarebbe antropomorfismo — il peccato del biologo. Ma l’animicità non proietta nulla di umano sull’acero: riconosce che è un essere, senza ridurlo a un «umano con la pelliccia».

Da qui la distinzione che regge tutta la voce. Una grammatica dell’animicità non è una personificazione poetica. La personificazione è un ornamento che il parlante aggiunge a piacimento; potrebbe farne a meno. La grammatica, invece, obbliga: è nella lingua prima ancora che nel discorso. Come il puhpowee o il kené, apre una parte del reale che le nostre lingue tenevano chiusa — non per un vezzo stilistico, ma per la sua stessa struttura.

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