Arabic · Sufismo

Istignâ

استغناء (istignâ) — « istignâ » chez Garcin de Tassy

Parola araba per l'autosufficienza, l'indipendenza: fare a meno di tutto, non aver bisogno di nulla. Nella poesia di ʿAṭṭār, l'*istignāʾ* è la quarta delle sette valli del cammino. Vi si entra solo dopo aver rinunciato alla propria anima e al proprio cuore; chi vi si ferma scopre che né il sapere né le opere gli bastano più, e che bastare a se stessi è possibile solo smettendo di voler possedere alcunché.

Sacrifie donc ton âme et ton cœur dans cette voie, sans cela tu dois renoncer à savoir te suffire ( istignâ ).
Farîd al-Dîn ʿAttâr, Le Langage des oiseaux (Mantic Uttaïr), Le discours de la huppe — la quatrième vallée, celle de l'indépendance. Imprimerie impériale, 1863 (transcription remacle.org) · trans. Joseph Héliodore Garcin de Tassy · source

Dalla radice araba gh-n-y, che esprime ricchezza e il fatto di fare a meno di qualcosa, l’istignā’ designa lo stato di chi non ha più bisogno: né di beni, né di appoggi, né persino del proprio sapere. Garcin de Tassy lo rende con «l’indipendenza». Il teologo riserva la parola a Dio, unico assolutamente indipendente; l’uomo del cammino, invece, vi accede solo spogliandosi di ciò a cui ancora si aggrappa.

ʿAṭṭār ne fa la quarta valle, dopo la ricerca, l’amore (ʿishq) e la conoscenza. La upupa la descrive come il luogo in cui non si deve «restare nell’inazione», e dove si entra solo «dopo aver raggiunto lo stato di adulto spirituale». Il prezzo d’ingresso è radicale: sacrificare anima e cuore. Chi rifiuta questo sacrificio «deve rinunciare a sapere [di] bastare a sé stesso» — in altre parole, l’autosufficienza spirituale non si conquista accumulando, ma abbandonando. Il ricercatore cessa allora di misurare il suo cammino in base a ciò che ha acquisito; la conoscenza stessa, faticosamente conquistata nella valle precedente, non gli pesa più. Da lì può passare alla pura unità (tawḥīd), poi all’estinzione (fanāʾ).

L’istignā’ ≠ l’autarchia filosofica. L’autarkeia del saggio greco è una pienezza dell’io che si rende invulnerabile, ricco della propria virtù e non debitore di nulla. L’istignā’ sufi va in direzione opposta: non rafforza l’io, lo svuota. Non ci si basta perché ci si è resi completi, ma perché si è rinunciato a completarsi. L’istignā’ ≠ l’ascesi della privazione: non si tratta di mancare per temprare lo spirito, ma di smettere di aver bisogno — l’indifferenza sovrana di chi non attende più nulla da alcuna cosa, fosse pure il proprio merito.

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