Hairât
حيرة (hairât) — « hairât » chez Garcin de Tassy
Parola araba per lo stupore, lo sbigottimento, lo smarrimento di chi non sa più dove si trova. Nella poesia di ʿAṭṭār, la *hairât* è la sesta delle sette valli del cammino, *«il terribile stupore»*. Il cercatore che la raggiunge, dopo aver attraversato l’amore, la conoscenza, l’autosufficienza e l’unità, si ritrova senza sapere: non distingue più, non sa più se è o non è. Questa perdita non è un fallimento, ma la penultima stazione, appena prima dell’annientamento.
la sixième celle de la terrible stupéfaction [304] ( hairât ), la septième enfin celle de la pauvreté ( facr ) et de l'anéantissement ( fanâ ), vallée au-delà de laquelle on ne peut avancer.
Dalla radice araba ḥ-y-r, che esprime l’errare senza meta, l’essere interdetto, colpito da sbigottimento, la hairât designa lo stato del viaggiatore che più nulla sa. Garcin de Tassy la rende con « il terribile stupore ». Essa segue la pura unità (tawhid) e non ha altro esito che la settima e ultima valle, quella della povertà e dell’annientamento (fanāʾ).
Ciò che rende questa valle « terribile » è che disfa tutto ciò che il ricercatore credeva di aver conquistato. Dopo aver raggiunto la conoscenza, poi l’autosufficienza (istignā), egli giunge in un luogo dove quel sapere si rovescia in non-sapere: non sa più se ama o no, se esiste o no, se è dentro o fuori. ʿAṭṭār dipinge altrove questo smarrimento con la figura del sufi Shiblī morente, « i fianchi cinti dalla cintura dello stupore », seduto sulla cenere, incapace di trasmettere ciò che prova. La hairât non è tanto un’ignoranza quanto un eccesso: la mente, abbagliata, cessa di poter distinguere.
La hairât ≠ il dubbio dello scettico. Lo scettico sospende il giudizio per metodo, per non sbagliare, e resta padrone della sua ritrosia. Lo stupore sufi non è prudenza, ma un traboccare: non si sa più perché si è ricevuto troppo, non perché ci si astiene dal concludere. La hairât ≠ la confusione dell’errante comune: questa vorrebbe ritrovare la strada, quella sa che ogni cammino è già stato percorso. È un’ignoranza per pienezza, l’ultima soglia prima che il ricercatore stesso svanisca.