Greek · Stoicismo

Eph' hēmin

ἐφ' ἡμῖν (eph' hēmin)

«E ciò che dipende da noi»: la suddivisione fondativa della morale di Epitteto. Da un lato i nostri giudizi, i nostri desideri, le nostre avversioni, i nostri impulsi — opere della *proairesis*, liberi e inviolabili; dall’altro il corpo, i beni, la reputazione, le cariche, schiavi dell’esterno. Tutto ciò che nessuno può né impedire né ostacolare ricade nel nostro dominio; tutto il resto ne è estraneo. La libertà e la felicità consistono nel desiderare solo ciò che appartiene a questo dominio, e nel dire addio al resto.

Parmi les choses, les unes dépendent de nous, les autres n’en dépendent pas. Celles qui dépendent de nous, c’est l’opinion, le vouloir, le désir, l’aversion : en un mot tout ce qui est notre œuvre. Celles qui ne dépendent pas de nous, c’est le corps, les biens, la réputation, les dignités : en un mot tout ce qui n’est pas notre œuvre.
Épictète, Manuel, Chapitre I. Librairie Ch. Delagrave, 1875 · trans. Jean-Marie Guyau · source

Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la formattazione Markdown e gli elementi richiesti:

L’espressione greca eph’ hēmin (ἐφ’ ἡμῖν) significa letteralmente « su di noi », « in nostro potere ». È con questa che si apre il Manuale, ed è questa a governare tutto il resto. Il mondo si divide in due: ciò che ricade sotto il nostro potere e ciò che non vi ricade. Dalla parte dell’interno, l’opinione, il volere, il desiderio, l’avversione — gli unici atti che nessuno può strapparci. Dalla parte dell’esterno, il corpo, la fortuna, il rango: cose che la malattia, il tiranno o il caso ci portano via quando vogliono.

Tutto l’errore, per Epitteto, consiste nel trattare come proprio ciò che è estraneo. Chi ripone il proprio bene negli esterni vivrà impacciato, afflitto, pronto ad accusare dèi e uomini; chi invece lo colloca nel solo ambito che gli appartiene diventa inespugnabile, perché nessuno può togliergli ciò che non concede. Gli esterni non sono negati: se ne fa uso, li si prende in prestito, senza considerarli propri. La disciplina del desiderio — volere solo ciò che rientra in questo ambito, opera della proairesis — è la porta dell’atarassia.

Da non confondere con il libero arbitrio metafisico: eph’ hēmin non decide nulla nel corso del mondo, ma solo dell’assenso che si dà alle proprie rappresentazioni. Lo stoico non tiene le redini degli eventi; tiene le redini del proprio giudizio su di essi.

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