Sanskrit · Buddhismo

Māra

māra (pali māra)

Il Tentatore, la morte personificata — « il re della morte ». Potenza che « ha la meglio » su chi vive nell’incontinenza dei sensi, ma non trova alcun appiglio in chi vigila e ha fatto della propria mente una fortezza. Nel *Dhammapada*, Māra non è un diavolo esterno: è la figura mitica dell’impulso che asservisce — piacere smisurato, negligenza, brama — e il cui dominio si dissolve man mano che la vigilanza cresce.

Celui qui a seulement le plaisir en vue, qui vit dans l’incontinence des sens, qui jouit sans mesure, ce lâche dépourvu de toute énergie, Mâra vient à bout de lui, aussi facilement que le vent d’un arbre fragile.
trad. attribuée à Bouddha, Dhammapada, Chapitre I, 7. Ernest Leroux, 1878 · trans. Fernand Hû · source

La parola māra deriva dalla radice mṛ, morire: Māra è letteralmente « colui che fa morire ». Fernand Hû rende il suo nome con « Mâra » e, al verso 170, lo glossa senza mezzi termini: « il re della morte ». Ma il Dhammapada ne fa meno un demone che una forza. Il verso 7 ne traccia il ritratto: su chi ha « solo il piacere in vista », chi « vive nell’incontinenza dei sensi », Mâra ha presa « con la stessa facilità con cui il vento abbatte un albero fragile ». Il verso 8 rovescia esattamente l’immagine per il continente e l’energico: su di lui, Mâra « non riesce a prevalere […] più di quanto il vento non possa con una montagna rocciosa ».

La presa di Māra non è dunque un destino, ma una funzione dello stato interiore. Là dove regna la sete, egli trova una porta; là dove vigila la vigilanza, erra senza via — « Mâra non trova la loro via » (verso 57). Il verso 40 indica l’arma: « Colui che […] ha fatto della sua mente una fortezza, — costui […] soggioghi Mâra ». Sconfiggere Māra significa smettere di offrirgli la presa che sfrutta: le « frecce dalla punta di fiori » del piacere (verso 46), che un’attenzione esercitata spezza.

Māra ≠ tanha: la sete è l’affetto, il moto interiore; Māra è l’agente mitico che lo sfrutta e lo personifica in re. E Māra ≠ windigo: la fame cannibale algonchina è un appetito che divora il vivente, una smisuratezza di consumo; Māra non divora — seduce e asservisce, poi miete chi si è lasciato prendere.

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