Hawaiian · Kanaka Maoli

kuleana

prononc. « kou-lé-A-na »

Parola hawaiana (*ʻōlelo Hawaiʻi*): il lotto, l’onere, il diritto-dovere che lega una persona a un luogo preciso. George Kanahele mostra che prima del 1778 la vita hawaiana era radicata: un uomo nasceva, lavorava, si sposava, moriva *«in un solo luogo, un solo kuleana, in un solo ahupuaʻa»* – l’*ahupuaʻa* essendo la suddivisione di terra che va dalla montagna al mare. Il *kuleana* non è quindi innanzitutto una proprietà: è la parte che ti spetta e ti impegna, nello stesso luogo in cui hanno vissuto i tuoi antenati. Il termine ha indicato anche, dopo la riforma fondiaria del 1850, i lotti concessi in titolo ai plebei – ciò che Kanahele definisce le loro *«terre ancestrali»*. Avere un *kuleana* significa avere un posto: un luogo di cui si risponde.

his labor, sacrifices and achievements—occurred in one place, one kuleana, in one ahupua'a.
George Kanahele, Kū Kanaka — Stand Tall: A Search for Hawaiian Values, Chapitre « A Sense of Place », section « Roots of Identity », p. 181 (citation en anglais, langue d'écriture de l'auteur). University of Hawaiʻi Press, 1986 · trans. rendu français maison (œuvre en anglais, courtes citations attribuées)

Prima del contatto con Cook, scrive George Kanahele, la società hawaiana offriva poca mobilità alla gente comune. Un coltivatore restava legato alle sue piantagioni di taro, come al suo capo; le generazioni si susseguivano nello stesso luogo, senza mai lasciare davvero la propria valle. Da questa immobilità, Kanahele trae una frase densa: dalla nascita al matrimonio, passando per il mestiere appreso e le prove superate, tutto — « his labor, sacrifices and achievements—occurred in one place, one kuleana, in one ahupuaʻa » — il suo lavoro, i suoi sacrifici e i suoi successi avvenivano in un solo luogo, un solo kuleana, in un solo ahupuaʻa, la divisione di terra che scende dalla montagna al mare.

Kuleana designa proprio quel luogo: non uno scenario né un bene da scambiare, ma il posto preciso da cui si proviene e di cui si risponde. Kanahele osserva che dopo la riforma fondiaria di metà Ottocento, il termine ha indicato anche i lotti finalmente concessi in proprietà ai plebei — le loro « terre ancestrali », dice, di cui « solo una manciata di Hawaiani » possiede ancora oggi il titolo. Il significato giuridico e quello antico si sovrappongono: un kuleana è sempre al contempo un diritto e un dovere, un posto che si occupa perché spetta a te e perché ti chiama.

Questa immobilità fonda l’identità più di quanto non la limiti. « Avere radici in un luogo », scrive Kanahele, « significava avere radici in un terreno di permanenza »: sicurezza, status, protezione di un capo, eredità garantita. Il kuleana non è quindi la mana māori, quel prestigio che si accresce con le proprie azioni e che gli altri ti riconoscono: il kuleana non si conquista né si accumula, si mantiene — ci si nasce dentro, come in un whakapapa che ti lega a una discendenza piuttosto che a un merito. E come l’aloha ʻāina, rende la terra qualcosa di diverso da un fondo: qui, il posto che si occupa e di cui si risponde, piuttosto che il bene che si ama.

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