Greek · Filosofia occidentale

Eukolia

εὐκολία (eukolia)

Il temperamento sereno, l’umore facile, in opposizione alla *dyskolia* (δυσκολία), l’umore difficile. Schopenhauer riprende questi due termini da Platone per designare un dato primario della sensibilità: il modo in cui un essere incassa il successo e il fallimento, prima ancora di tutto ciò che gli accade. L’*eukolos* si rallegra di un solo colpo buono, il *dyskolos* si inasprisce per un solo fallimento nonostante nove successi. Questa disposizione dipende dalla costituzione innata, legata alla salute. Da distinguere dall’[atarassia](/lexique/ataraxia/), conquistata attraverso la disciplina del giudizio: l’*eukolia* non è un esercizio ma un dono del temperamento, una fortuna di nascita.

C’est cette même diversité que Platon désigne par les mots de « δυσκολος » (d’humeur difficile) et « ευκολος » (d’humeur facile).
Arthur Schopenhauer, Aphorismes sur la sagesse dans la vie, Chapitre II, « De ce que l’on est ». Librairie Germer Baillière et Cie, 1880 · trans. J.-A. Cantacuzène

Eucolia, da eu- (bene) e kolon, ciò che scorre naturalmente, l’umore sereno; il suo contrario è la discolia, l’umore scontroso. Schopenhauer riprende la coppia da Platone per indicare ciò che considera un fatto più decisivo di qualsiasi evento: la suscettibilità propria di ciascuno alle impressioni gradevoli e sgradevoli. Due uomini incrociano lo stesso destino; uno ne ride, l’altro ne dispera. La differenza non sta nel destino — sta nel temperamento che lo accoglie.

Ne trae un’aritmetica del carattere. A parità di condizioni, il discolo non gioisce del proprio successo, ma si rode per il fallimento; anche se riuscisse nove volte su dieci, ricorda solo la decima. L’eucolo, invece, si consola e si rallegra di un unico successo tra le avversità. Spinta all’estremo, unita a un male fisico, la discolia può sfociare nel disgusto della vita; l’eucolia, invece, si alimenta di sé stessa.

Per Schopenhauer, questo colloca l’umore allegro tra i beni soggettivi — « un carattere nobile, una mente capace, un umore gaio, un corpo ben costituito » — che considera « i beni supremi e più importanti per la nostra felicità », ben al di sopra di ciò che si possiede o di ciò che si rappresenta agli occhi altrui. La gaiezza è « il contante della felicità »; il resto non è che la sua cambiale.

È qui che si distingue dall’atarassia. La calma stoica o epicurea si conquista: è il frutto di una disciplina del giudizio, di un lavoro sulle rappresentazioni. L’eucolia non si coltiva — si ha o non si ha, insieme alla salute che la sostiene. Si può coltivare la felicità con l’esercizio; l’eucolia, invece, è la parte che il temperamento ha già giocato in anticipo, prima di ogni saggezza.

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