Hawaiian · Kanaka Maoli

ea

prononc. « É-a »

Parola hawaiana (ʻōlelo Hawaiʻi): la vita, il respiro e, per estensione, la sovranità di un paese — il termine da cui deriva oggi «indipendenza» in hawaiano moderno. George Kanahele la fa risuonare nel motto che Kamehameha III rivolse, a quanto si dice, «a tutte le generazioni» durante il ripristino della sovranità hawaiana nel 1843: *Ua mau ke ea o ka ʻāina i ka pono*. Kanahele cita la formula in un capitolo sul *pono* come fondamento del buon governo — la vita del paese non è garantita dalla forza né da un titolo: dipende dalla rettitudine di chi governa. *Ea* non è dunque la vita biologica di un individuo, ma quella, politica e collettiva, di una terra — che può perdersi se i suoi custodi tradiscono il loro incarico.

Kamehameha III said, "Ua mau ke ea o ka 'aina i ka pono"—"The life of the land is preserved in righteousness."
George Kanahele, Kū Kanaka — Stand Tall: A Search for Hawaiian Values, Chapitre « Leadership and Destiny », section sur le pono comme source d'influence, p. 402 (citation en anglais, langue d'écriture de l'auteur). University of Hawaiʻi Press, 1986 · trans. rendu français maison (œuvre en anglais, courtes citations attribuées)

Ua mau ke ea o ka ʻāina i ka pono: la formula è diventata il motto delle Hawaiʻi, inciso da allora sul suo stemma. George Kanahele la cita nel punto esatto in cui spiega il pono come fondamento del comando – «secondo Pukuʻi, la base di un buon governo», la somma delle virtù umane, affine a ciò che l’Occidente chiama moralità. È in questo senso, scrive, che Kamehameha III dichiarò: «Ua mau ke ea o ka ʻāina i ka pono» – «The life of the land is preserved in righteousness», la vita del paese si conserva nella rettitudine. Altrove nel libro, Kanahele ricorda che il re «si rivolgeva a tutte le generazioni»: non era una parola d’ordine contingente, ma una clausola imposta a chi avrebbe governato dopo di lui.

Ea racchiude al contempo il soffio e il regno: è il termine che, in hawaiano moderno, indica l’indipendenza politica. Ma la frase di Kamehameha III non fa della sovranità un dato acquisito – un territorio, un esercito, un riconoscimento internazionale. La subordina a una condizione morale: la terra rimane viva, conserva il suo ea, finché chi la governa resta pono, retto. Perdere la rettitudine significherebbe perdere il paese stesso, non per conquista ma per tradimento – Kanahele lo scrive altrove a proposito degli hawaiani di oggi, «custodi» della terra, che la perderebbero «per sempre» se tradissero il loro incarico.

Il pono citato qui da Kamehameha III non è il pono māori di Hirini Moko Mead – la fedeltà di una pratica alla tradizione da cui dichiara di discendere. La parola è affine, la lingua è sorella, ma il senso si è evoluto: il pono hawaiano di Kanahele è una virtù di governo, la rettitudine che legittima il potere, mentre il pono māori valuta l’autenticità di un gesto culturale. Due lingue polinesiane, due storie per la stessa parola. E come il kuleana lega una persona a un luogo preciso di cui risponde, l’ea lega un intero paese alla condotta di chi lo governa – qui l’onere si gioca su scala nazionale, non su quella di un singolo appezzamento.

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