Mana (hawaiien)
prononc. « MA-na »
Termine hawaiano (*ʻōlelo Hawaiʻi*): la forza universale che anima ogni vita e ogni elemento dell’universo. Nel suo capitolo sulla cosmologia hawaiana, George Kanahele presenta il *mana* come il concetto che meglio collega la visione del mondo degli Hawaiani ai loro valori: un’«energia universale» e una forza spirituale «divina» donata agli esseri umani per plasmare sé stessi. Il *mana* permea in gradi diversi gli dèi, i capi, i sacerdoti-esperti, gli artigiani, i poeti, fino al popolano, all’animale e alla pianta — la stessa materia di cui sono fatti gli dèi e da cui i grandi uomini traggono le loro opere. È una realtà tanto cosmologica quanto psicologica, tanto immateriale quanto materiale.
We see the truth of this in the way Hawaiians think of mana as "universal energy" (Johnson 1983)—the force that animates all life and all elements in the universe—and as the "divine" spiritual force available to human beings for fashioning their own perfectability.
Nel capitolo che dedica alla cosmologia hawaiana, George Kanahele cerca il concetto che meglio collega la visione del mondo degli antichi Hawaiani ai loro valori. Lo trova nel mana: « Ne vediamo la verità nel modo in cui gli Hawaiani concepiscono il mana come “energia universale” (Johnson 1983) — la forza che anima ogni vita e ogni elemento dell’universo — e come la forza spirituale “divina” a disposizione degli esseri umani per plasmare la propria perfezione » — gli Hawaiani, scrive, pensano il mana come un’« energia universale » (prendendo in prestito il termine da R. Johnson) — la forza che vivifica ogni esistenza e ogni elemento del cosmo — e come la forza spirituale « divina » offerta agli umani per forgiare se stessi, per perfezionarsi.
Il mana non è privilegio di nessuno in particolare: esso pervade il cosmo e, in misura variabile, l’aliʻi (il capo), il kahuna (il sacerdote-esperto), l’artigiano, il poeta, fino al popolano, all’animale, alla pianta. È la sostanza stessa di cui sono fatti gli dèi, e quella da cui grandi uomini e grandi donne traggono le loro realizzazioni. « Realtà centrale dell’universo », lo è anche, scrive Kanahele, « del mondo spirituale dell’essere umano » — al contempo cosmologico e psicologico, immateriale e materiale, sovrannaturale e naturale.
Questo mana non è il mana māori di Hirini Moko Mead. Le due lingue polinesiane condividono la radice e parte del significato — una forza che distingue chi ne è maggiormente dotato —, ma l’accento è nettamente diverso. Per Mead, il mana è anzitutto sociale: ereditato dagli antenati, poi accresciuto dalle proprie azioni, sotto lo sguardo altrui che riconosce o rifiuta di riconoscere il merito. Per Kanahele, il mana è anzitutto cosmologico: un’energia che precede e trascende ogni riconoscimento sociale, presente persino nella pietra e nella pianta prima ancora di concentrarsi in un capo o in un sacerdote. Aotearoa ne fa un prestigio conquistato con le opere; Hawaiʻi, una sostanza di cui è fatto persino l’ea — la vita del paese — e che il pono legittima piuttosto che generare.