La douleur et l'ennui
I due nemici della felicità umana secondo Schopenhauer. La vita oscilla tra essi: il bisogno e la privazione, sorte delle classi povere, generano dolore; l’agiatezza e l’abbondanza, sorte dei ricchi, danno vita alla noia. Allontanarsi dall’uno avvicina all’altro — la felicità non è mai uno stato stabile, ma un punto di equilibrio minacciato su entrambi i lati. Soggettivamente, la suscettibilità all’uno varia in ragione inversa dell’altro, regolata dalla misura delle forze intellettuali: lo spirito ottuso soffre poco ma si annoia, lo spirito ricco colma il vuoto ma avverte più vivamente il dolore. Da distinguere dall’*ataraxia*, tranquillità conquistata e mantenuta con la disciplina: qui, nessuna sponda stabile, solo un pendolo.
Un simple coup d’œil nous fait découvrir deux ennemis du bonheur humain : ce sont la douleur et l’ennui.
Schopenhauer condensa il problema della felicità in una figura semplice: due nemici, il dolore e la noia, e tra loro un’oscillazione. Riuscire ad allontanarsi dall’uno significa avvicinarsi all’altro; «la nostra vita rappresenta in realtà un’oscillazione più o meno forte tra i due». La felicità non è dunque una sponda a cui approdare, ma il punto malfermo di un bilanciere che, non appena lascia un bordo, scivola verso l’altro.
Questo antagonismo agisce anzitutto all’esterno. Il bisogno e la privazione generano dolore; l’agiatezza e l’abbondanza fanno nascere la noia. Da qui la partizione sociale che Schopenhauer vi legge: la classe povera lotta senza sosta contro il bisogno, quindi contro il dolore; la classe ricca contro la noia, «spesso disperata». La noia non è qui un vizio né una colpa — è il prezzo dell’agiatezza, il rovescio esatto della fortuna che l’altra metà degli uomini non raggiungerà mai.
Agisce anche all’interno, e questa volta la misura è intellettuale. La suscettibilità all’uno dei mali varia in ragione inversa alla suscettibilità all’altro. Lo spirito ottuso, poco incline ai dispiaceri, porta in sé quel vuoto interiore da cui scaturisce la noia: corre allora alle eccitazioni esterne, ai divertimenti, alle riunioni e al lusso. Lo spirito ricco, invece, colma il vuoto con il solo gioco dei suoi pensieri — ma paga la sua finezza con una sensibilità più viva al dolore. È ciò che mitiga la gaiezza d’animo, che decide verso quale bordo si pende.
Da distinguere dall’atarassia. La calma degli Antichi è conquistata e mantenuta attraverso la disciplina del giudizio: una sponda raggiunta. Il bilanciere schopenhaueriano non conosce sponde — la felicità vi resta minacciata da entrambi i bordi. Da distinguere anche dall’accidia, torpore monastico subìto e spirituale: essa non è che una delle due facce, non il movimento stesso che va dal dolore alla noia e torna indietro. Questa figura ordina, al suo posto, la divisione fondamentale dei beni: è ciò che si è a regolare la nostra parte di ciascun male.