French · Mistica cristiana

Acédie

ἀκηδία (akèdia)

Torpore e disgusto spirituale che afferra il monaco a metà giornata, che la tradizione monastica chiama « il demonio di mezzogiorno » dal salmo 90/91. Evagrio Pontico lo annovera tra gli otto pensieri malvagi e lo descrive come il più gravoso: non la sensualità né la vanagloria, ma un senso di nausea per l’ora presente e il luogo in cui ci si trova. La parola greca *akèdia* significa letteralmente « assenza di cura », l’incapacità di prendersi a cuore ciò che dovrebbe importare. Il suo segno più certo non è il riposo, ma l’instabilità: il disgusto per la cella spinge a uscirne.

J'étais, dit-il, assis un jour dans ma cellule, et je sentais un si grand découragement dans mon cœur, que je pensais presque à la quitter.
Jean Climaque, Vies choisies des Pères des déserts d'Orient, Vie de saint Jean Climaque, p. 122-142. Ad Mame et Cie, 1861 (compilation du R. P. Michel-Ange Marin) · trans. Arnauld d'Andilly · source

Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la struttura Markdown e gli elementi richiesti:


La parola greca akèdia si compone del privativo a- e di kḗdos, la cura, l’attenzione che si dedica a qualcosa o a qualcuno. L’accidia è dunque innanzitutto una mancanza di cura: non la sofferenza di avere troppo da fare, ma l’impossibilità di tenere a ciò che si fa. Evagrio Pontico, che ne ha dato la prima descrizione precisa nel IV secolo, la colloca a metà giornata, nell’ora in cui il sole sembra immobile — da cui il nome che ha conservato, « il demonio di mezzogiorno », tratto dal salmo 90/91. Il monaco rilegge la stessa riga dieci volte, guarda dalla finestra se arriva qualcuno, calcola quante ore lo separano dal pasto.

Ciò che la rende temibile è che non assomiglia a un vizio. Assume le sembianze del buon senso: la cella è troppo dura, la regola troppo rigida, si sarebbe più utili altrove, tra i fratelli, nel mondo. I Padri del deserto hanno visto in questi ragionamenti un unico movimento — una fuga. Giovanni Climaco lo dice in prima persona, seduto nella sua cella, vinto da uno scoraggiamento tale da pensare « quasi di andarsene ». L’accidia non attacca la fede di petto; attacca il luogo, l’ora, la durata, tutto ciò che esige di restare.

Per questo il rimedio tramandato dalla tradizione non è il riposo, ma la stabilità: rimanere, proprio quando tutto spinge ad andarsene. Il monaco non discute con il pensiero, rifiuta di muoversi. Il torpore dell’accidia è così l’esatto contrario di un’agitazione: l’anima vuole allo stesso tempo non fare nulla e cambiare tutto. È su questo terreno indebolito che poi si innesta la vana gloria, proponendo la fuga come una promozione.

Da qui una distinzione che va tenuta ferma. L’accidia ≠ la pigrizia: la pigrizia vuole il riposo e lo ottiene, l’accidia non sopporta né il riposo né lo sforzo e cerca ovunque una via d’uscita. E non è la depressione clinica, che è una malattia dell’umore senza oggetto spirituale né rimedio ascetico. L’accidia, come la descrivono i monaci, è una tentazione: un disgusto che mira a un luogo preciso — la cella — e che si sconfigge non uscendo.


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