Mu (kōan)
無 (mu)
Il *« Mu » di Jōshū* è la risposta — 無, *« no / non-è / nulla »* — che il maestro cinese Zhaozhou (giapp. Jōshū) lancia al monaco che gli chiede se un cane possieda la *natura-di-buddha*. Primo dei quarantotto casi del *Mumonkan* (*« La Barriera senza porta »*), è il *kōan*-cardine dello Zen: non un indovinello da risolvere, ma un muro eretto davanti al pensiero discorsivo. *« Ha »* e *« non ha »* vi si infrangono allo stesso modo; il *Mu* non è né affermazione né negazione, ma ciò che esaurisce la mente che vorrebbe decidere, fino allo sfondamento.
A monk in all seriousness asked Joshu: “Has a dog Buddha-nature or not?” Joshu retorted “Mu!”
Il primo caso del Mumonkan si riduce a due frasi: « Un monaco chiese con la massima serietà a Jōshū: “Un cane ha la natura-di-buddha o no?” Jōshū ribatté: “Mu!” » — Un monaco domanda con grande serietà a Jōshū: « Un cane ha la natura-di-buddha, oppure no? » Jōshū replica: « Mu! » Il carattere 無 significa letteralmente « no », « non-avere », « nulla ». Ma non è la risposta alla domanda.
Perché la domanda è una trappola. Il sūtra del Nirvāṇa insegna che ogni essere senziente — uomo, animale, pianta — possiede la natura-di-buddha. Se Jōshū rispondesse « ce l’ha », reciterebbe il catechismo; se rispondesse « non ce l’ha », contraddirebbe il Dharma. L’espositore Yasutani-roshi, nel suo commentario (teisho) ripreso da Philip Kapleau, lo formula senza mezzi termini: qualunque sia la risposta, «either answer would be absurd», perché « tutto essendo natura-di-buddha », decidere per il sì o per il no manca il punto. Il Mu non ha dunque «nothing to do with the existence or non-existence of Buddha-nature but is itself Buddha-nature»: non riguarda l’esistenza o l’inesistenza della natura-di-buddha — è natura-di-buddha.
Da qui l’avvertimento di Mumon (Wu-men), compilatore della raccolta, citato da Kapleau: «Do not construe Mu as nothingness and do not conceive it in terms of existence or non-existence.» Non fare del Mu un nulla, non pensarlo né come essere né come non-essere. Bisogna portarlo « come una palla di ferro arroventata che non si può né ingoiare né sputare » finché dentro e fuori non diventino una cosa sola. È la barriera: «It is Mu, the one barrier of the supreme teaching.» Un kōan che, a differenza del suono di una sola mano, non stimola né l’intelletto né l’immaginazione — « se ne sta freddamente in disparte » da entrambi. La ragione non trova il minimo appiglio; si consuma invano su di esso, ed è in questo vicolo cieco che può aprirsi la rottura, il risveglio. Il Mu lavora lo stesso nervo del non-mente: costringe la mente a smettere di afferrarsi attraverso il discorso.
Mu-kōan ≠ wu taoista. Stesso grafema — 無 —, ma operazione diversa. Il wu di Laozi è una tesi sull’essere: il vuoto fecondo, il cavo del mozzo da cui nasce l’uso, l’assenza da cui procede la funzione. Il Mu di Jōshū non afferma nulla sulla realtà; è un muro gettato davanti al pensiero che vorrebbe concludere.
Mu-kōan ≠ indovinello logico. Un indovinello ha una soluzione che un ragionamento più sottile finisce per raggiungere. Il Mu è «utterly impervious to logic and reason»: non ha una risposta da scoprire, è fatto perché il pensiero discorsivo si esaurisca e molli la presa.
Mu-kōan ≠ negazione nichilista. Il Mu non è un « nulla » che annulla, né una dichiarazione che il cane non avrebbe la natura-di-buddha — Mumon mette espressamente in guardia dal prenderlo per un nulla. Non cancella il mondo: denuda la natura-di-buddha smettendo di farne « una cosa particolare » che si possiede o non si possiede. Qui molto vicino alla vacuità, che non è il nulla ma l’assenza di natura propria.