Japanese · Buddhismo

Kenshō

見性 (kenshō)

Nel Zen, il *kenshō* è la prima apertura: l’istante in cui si «vede dentro» la propria natura e si coglie la vera sostanza del Sé. Letteralmente «vedere (見) la natura (性)», è il primo barlume del risveglio — non il suo compimento. Spiana la strada al *satori* pieno senza ancora contenerlo.

The moment of such realization is kensho, i.e., enlightenment, the apprehension of the true substance of our Self-nature.
Yasutani Hakuun (éd. Philip Kapleau), The Three Pillars of Zen, Part One, « Yasutani-rōshi's Introductory Lectures », 1. Theory and Practice of Zazen. Anchor Books / Random House, éd. révisée 1989

Yasutani-rōshi definisce l’istante della svolta senza enfasi: «The moment of such realization is kensho, cioè l’illuminazione, l’apprensione della vera sostanza della nostra natura originaria.» Il kenshō — 見性, «vedere nella natura» — non è un’emozione che cresce né un’idea che si afferra: è l’apprensione di ciò che era già lì, la vera sostanza del Sé.

La parola ne esprime il gesto: ken, vedere; shō, la natura propria. Non si crea nulla, si smette di non vedere. Per questo Yasutani lo chiama altrove kenshō-godo, «vedere nella propria natura essenziale e realizzare la Via nella vita quotidiana» — la visione e la sua incarnazione unite.

Ma il kenshō è solo un’apertura. Il maestro avverte: «Those who have only kensho do not know this state of unlimited freedom and profound peace of mind… until one comes to full enlightenment.» Lo scorcio è reale, e incompleto; richiede un approfondimento.

Kenshō ≠ satori compiuto: il primo è la svolta, il secondo la sua maturazione fino alla libertà senza limiti. Kenshō ≠ estasi emotiva né comprensione concettuale: la «visione» è intuitiva e diretta, non un sentimento intenso né un sapere sulla natura del Sé. Essa prolunga il non-mente — si vede quando la mente smette di cercarsi.

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