Jakon joi
jakon joi
Espressione shipibo-konibo che l'artista Chonon Bensho dà come titolo al suo testo e glossa con *«the good word»*, la buona parola. La parola qui non è buona nel senso morale di un contenuto edificante: è buona come un'acqua è viva, perché *«beve alla stessa sorgente aerea e vegetale»* che nutriva gli antichi saggi Onanya. Accanto a essa, Chonon Bensho declina il pensiero — *shina* — in *koshi shina* (pensiero forte), *ani shina* (grande), *jakon shina* (buono), *metsa shina* (bello), e la parola — *joi* — in *koshi joi* (parola forte): pensiero e parola sono materie vive che si tengono buone restando in connessione, non facoltà private che si producono da soli.
Ainbon Jakon Joi: The Good Word of an Indigenous Woman
Jakon joi — la buona parola — non è una parola il cui contenuto sia edificante. Chonon Bensho, artista shipibo-konibo discendente dei saggi Onanya, ne fa il titolo del suo testo e la definisce buona come un’acqua è viva: la parola è forte, scrive, « perché beve alla stessa sorgente aerea e vegetale che ha nutrito gli antichi Onanya ». La qualità della parola non sta in ciò che afferma, ma in ciò di cui resta abbeverata.
La parola presuppone un mondo in cui pensare non è un’operazione solitaria. Il pensiero — shina — vi si declina come una materia che può essere forte (koshi shina), grande (ani shina), buona (jakon shina), bella (metsa shina); la parola — joi — allo stesso modo (koshi joi, la parola forte). Tutte queste qualità hanno un’unica condizione: restare in relazione — con gli avi, con il mondo delle piante, con i viventi considerati soggetti. « Nessuno è nella solitudine », scrive Chonon Bensho.
Da distinguere dal nostro « pensiero positivo », che segue la strada inversa: questa è una tecnica con cui, da solo, ottimizzo un interno che è mio, e di cui il mio benessere è il giudice. Jakon shina non è un prodotto che fabbrico per stare meglio: un pensiero reciso dai suoi legami non è « negativo » da correggere, è il pensiero di un fantasma, di un essere senza radici. La somiglianza delle parole — « buon pensiero » — nasconde due gesti opposti: raddrizzare un dentro privato, o non lasciare la radice che disseta. Da accostare all’akinananti, il lavoro che, anch’esso, vale solo nel collegare.