French · Filosofia occidentale

Pitié

Presso Rousseau, la pietà è una ripugnanza innata a vedere soffrire il proprio simile, anteriore a ogni riflessione e comune all’uomo e alla bestia. Non è una virtù acquisita con la ragione, ma un moto primo della natura, secondo dei due princìpi che l’uomo riceve prima di pensare. La sua funzione è moderare l’<em>amore di sé</em>: senza di essa, la conservazione di sé sarebbe cieca e senza freno. Nello <em>stato di natura</em>, essa fa le veci di leggi, costumi e virtù, con il vantaggio che nessuno pensa a disobbedire alla sua «dolce voce». È da essa che derivano, una volta giunta la società, la generosità, la clemenza, l’amicizia. Essa prolunga l’amore di sé senza confondersi con l’<em>amor proprio</em>, che invece nasce dal confronto e dalla riflessione.

Il est donc certain que la pitié est un sentiment naturel, qui, modérant dans chaque individu l’activité de l’amour de soi-même, concourt à la conservation mutuelle de toute l’espèce.
Jean-Jacques Rousseau, Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes, Première partie. texte original, éd. 1823 (Wikisource) · source

Rousseau attribuisce all’uomo naturale due impulsi anteriori alla ragione: l’uno lo spinge alla propria conservazione, l’altro gli ispira « una ripugnanza innata a vedere soffrire il suo simile ». Questo secondo impulso è la pietà. Essa non attende nulla dalla filosofia: è « tanto più universale e tanto più utile all’uomo quanto precede in lui l’uso di ogni riflessione », e così naturale che persino gli animali ne danno segno. Un cavallo rifugge dal calpestare un corpo vivo; il bestiame si agita all’ingresso del macello. La pietà non è un raffinamento della morale, ne è il fondamento.

La sua funzione è regolatrice. Abbandonato alla sola cura di conservarsi, l’uomo sarebbe senza misura; la pietà, « moderando in ogni individuo l’attività dell’amore di sé, concorre alla conservazione reciproca di tutta la specie ». Essa tempera senza spegnere. Nello stato di natura, dove non vi sono né leggi né magistrati, è lei che « fa le veci di leggi, costumi e virtù », e la sua forza risiede nel fatto che nessuno è tentato di disobbedire alla « sua dolce voce ». Non comanda dall’esterno; parla dentro, prima che si deliberi.

Da questa sola disposizione Rousseau fa derivare tutte le virtù sociali: « che cos’è la generosità, la clemenza, l’umanità, se non la pietà applicata ai deboli, ai colpevoli, o all’intero genere umano? » Persino l’amicizia non è che una pietà costante fissata su un oggetto. Ciò che la distrugge è il ragionamento: « È la ragione a generare l’amour-propre », che ripiega l’uomo su se stesso e gli permette di dire, alla vista di un sofferente: perisci se vuoi, io sono al sicuro.

Da distinguere dall’amour-propre: la pietà ci porta fuori di noi verso chi soffre, l’amour-propre ci riporta a noi stessi attraverso il confronto. L’una è un moto primario, l’altra una passione riflessa, nata nella società. E da distinguere dalla virtù socratica acquisita con la ragione: la pietà non ha nulla da imparare, agisce prima che si sia pensato — « il genere umano non esisterebbe più », osserva Rousseau, se la sua conservazione fosse dipesa dai soli ragionamenti. Infine, essa non è in contrasto con l’amour de soi, ma ne è il correttivo interno: non una forza avversa, la stessa natura che si volge verso l’altro.

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