État de nature
Da Rousseau, lo *stato di natura* non è un'epoca storica, ma un'ipotesi metodica: una finzione regolata che isola l'uomo originario — autosufficiente, senza industria né linguaggio fisso, né buono né malvagio — per misurare tutto ciò che la società ha aggiunto o snaturato. È «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai», e di cui bisogna tuttavia farsi nozioni giuste per giudicare lo stato presente. L'uomo vi è mosso da due principi anteriori alla ragione — l'<em>amore di sé</em> e la *pietà* — e non dal calcolo né dalla rivalità. Ciò che lo strappa da quello stato non è un vizio, ma una facoltà, la *perfettibilità*. Da non confondere con un'età dell'oro perduta: non è un racconto d'origine, ma uno strumento di misura.
un état qui n’existe plus, qui n’a peut-être point existé, qui probablement n’existera jamais, et dont il est pourtant nécessaire d’avoir des notions justes, pour bien juger de notre état présent.
Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la formattazione Markdown e gli elementi richiesti:
Rousseau avverte fin da subito: ciò che cerca non è un fatto, ma una chiave. Lo stato di natura è «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai», eppure bisogna farsene un’idea precisa «per giudicare rettamente il nostro stato presente». Il paradosso è accettato: si immagina un uomo che non si è mai visto, non per raccontare da dove provenga, ma per distinguere nell’uomo attuale «ciò che appartiene al suo fondo originario da ciò che le circostanze e i suoi progressi hanno aggiunto o mutato rispetto al suo stato primitivo».
Da qui la regola metodologica, enunciata all’inizio del Discorso: «Cominciamo dunque a mettere da parte tutti i fatti, poiché non riguardano la questione». Non si tratta di verità storiche, ma di «ragionamenti ipotetici e condizionali», simili a quelli dei fisici sulla formazione del mondo. Si toglie col pensiero tutto ciò che la società ha depositato — l’industria, il linguaggio fissato, il confronto, la proprietà — e si osserva ciò che resta: un essere autosufficiente, collocato «a uguale distanza dalla stupidità delle bestie e dalle luci funeste dell’uomo civile», né buono né malvagio perché ignora ancora cosa significhi essere buono.
Quest’uomo non è morale, è innocente. Due principi lo muovono prima di ogni ragione: l’amore di sé, che lo spinge a conservarsi, e la pietà, che lo trattiene dal nuocere. Ciò che lo farà uscire da questa condizione non è una colpa, ma una potenza latente, la perfettibilità, facoltà di trasformarsi all’infinito — per il meglio e, il più delle volte in Rousseau, per il peggio.
Da distinguere dal mito dell’età dell’oro: l’età dell’oro è un passato che si rimpiange, lo stato di natura un’ipotesi che si maneggia; l’uno consola, l’altro giudica. Da distinguere anche dalla perfettibilità, che non è lo stato stesso, ma la facoltà che lo fa abbandonare: lo stato di natura dice da dove si parte, la perfettibilità dice perché non ci si resta. Non è un luogo a cui tornare, ma una misura per comprendere il cammino percorso.