French · Filosofia occidentale

État de nature

Da Rousseau, lo *stato di natura* non è un'epoca storica, ma un'ipotesi metodica: una finzione regolata che isola l'uomo originario — autosufficiente, senza industria né linguaggio fisso, né buono né malvagio — per misurare tutto ciò che la società ha aggiunto o snaturato. È «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai», e di cui bisogna tuttavia farsi nozioni giuste per giudicare lo stato presente. L'uomo vi è mosso da due principi anteriori alla ragione — l'<em>amore di sé</em> e la *pietà* — e non dal calcolo né dalla rivalità. Ciò che lo strappa da quello stato non è un vizio, ma una facoltà, la *perfettibilità*. Da non confondere con un'età dell'oro perduta: non è un racconto d'origine, ma uno strumento di misura.

un état qui n’existe plus, qui n’a peut-être point existé, qui probablement n’existera jamais, et dont il est pourtant nécessaire d’avoir des notions justes, pour bien juger de notre état présent.
Jean-Jacques Rousseau, Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes, Préface. texte original, éd. 1823 (Wikisource) · source

Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la formattazione Markdown e gli elementi richiesti:


Rousseau avverte fin da subito: ciò che cerca non è un fatto, ma una chiave. Lo stato di natura è «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai», eppure bisogna farsene un’idea precisa «per giudicare rettamente il nostro stato presente». Il paradosso è accettato: si immagina un uomo che non si è mai visto, non per raccontare da dove provenga, ma per distinguere nell’uomo attuale «ciò che appartiene al suo fondo originario da ciò che le circostanze e i suoi progressi hanno aggiunto o mutato rispetto al suo stato primitivo».

Da qui la regola metodologica, enunciata all’inizio del Discorso: «Cominciamo dunque a mettere da parte tutti i fatti, poiché non riguardano la questione». Non si tratta di verità storiche, ma di «ragionamenti ipotetici e condizionali», simili a quelli dei fisici sulla formazione del mondo. Si toglie col pensiero tutto ciò che la società ha depositato — l’industria, il linguaggio fissato, il confronto, la proprietà — e si osserva ciò che resta: un essere autosufficiente, collocato «a uguale distanza dalla stupidità delle bestie e dalle luci funeste dell’uomo civile», né buono né malvagio perché ignora ancora cosa significhi essere buono.

Quest’uomo non è morale, è innocente. Due principi lo muovono prima di ogni ragione: l’amore di sé, che lo spinge a conservarsi, e la pietà, che lo trattiene dal nuocere. Ciò che lo farà uscire da questa condizione non è una colpa, ma una potenza latente, la perfettibilità, facoltà di trasformarsi all’infinito — per il meglio e, il più delle volte in Rousseau, per il peggio.

Da distinguere dal mito dell’età dell’oro: l’età dell’oro è un passato che si rimpiange, lo stato di natura un’ipotesi che si maneggia; l’uno consola, l’altro giudica. Da distinguere anche dalla perfettibilità, che non è lo stato stesso, ma la facoltà che lo fa abbandonare: lo stato di natura dice da dove si parte, la perfettibilità dice perché non ci si resta. Non è un luogo a cui tornare, ma una misura per comprendere il cammino percorso.


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