French · Filosofia occidentale

Machine de guerre

In Deleuze e Guattari, la macchina da guerra non è anzitutto un esercito: è un assemblaggio di tutt’altra natura rispetto all’apparato statale, esterno a esso, anteriore al suo diritto. Viene da altrove — dalle società di bande, dai nomadi, dalle mute — e inventa ciò che lo Stato non può produrre da sé: la velocità e il segreto. Lo Stato si dota di una macchina da guerra solo appropriandosene sotto forma di istituzione militare, operazione che non smette di porgli problemi.

La machine de guerre est extérieure à l’appareil d’État.
Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille Plateaux. Capitalisme et schizophrénie 2, plateau 12, « 1227 — Traité de nomadologie : la machine de guerre », Axiome I. Éditions de Minuit, coll. « Critique », 1980

Il piatto si apre con un assioma, presentato come un’evidenza che sarà necessario giustificare punto per punto: la macchina da guerra è esterna all’apparato dello Stato. Non secondaria né marginale — esterna di pieno diritto, di un’altra specie, di un’altra natura, di un’altra origine. Deleuze e Guattari si rifanno a Georges Dumézil: la sovranità politica ha due teste, il re-mago e il sacerdote-giurista, il legame e il patto — ma la guerra non vi è mai inclusa. Lo Stato cattura, lega, afferra; quando fa la guerra, lo fa attraverso un esercito che si appropria secondariamente, mai tramite una potenza che gli appartenga in proprio.

Questa esteriorità si legge nell’esempio degli scacchi e del go. Gli scacchi sono un gioco di Stato: i pezzi sono codificati, qualificati, ciascuno resta ciò che è e si muove in uno spazio chiuso, punto per punto. Il go conosce solo grani anonimi, senza proprietà intrinseca, che valgono solo per la loro posizione in uno spazio aperto — «Spazio “liscio” del go, contro spazio “striato” degli scacchi». La macchina da guerra pensa e si muove nel primo; l’apparato statale si organizza nel secondo.

Ciò che la macchina da guerra inventa, dunque, non è anzitutto il combattimento: è la velocità e il segreto, due potenze che lo Stato non sa produrre da sé e che dovrà sempre prendere in prestito, con diffidenza, da ciò che gli è estraneo — da cui la sua sospettosità permanente verso la propria istituzione militare, che eredita una forza che non gli appartiene. Branchi, bande, società nomadi o margini commerciali e religiosi: ovunque qualcosa sfugga alla forma-Stato, in una forma polimorfa e diffusa, lì c’è macchina da guerra.

Da distinguere dall’istituzione militare, con cui la si confonde troppo in fretta. «Lo Stato non ha di per sé una macchina da guerra; se ne approprierà solo sotto forma di istituzione militare». L’esercito è disciplinato, codificato, messo al servizio di un potere costituito; la macchina da guerra anima invece una indisciplina di fondo, una messa in discussione perpetua della gerarchia. E da distinguere dalla semplice linea di fuga: la linea di fuga è il vettore attraverso cui un assemblaggio si deterritorializza, mentre la macchina da guerra è questo assemblaggio stesso — collettivo, che occupa uno spazio proprio, con le sue regole, i suoi affetti, i suoi divenire — e non il solo movimento di fuga che lo attraversa.

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