French · Filosofia occidentale

Ligne de fuite

In Deleuze e Guattari, la *linea di fuga* è ciò che sfugge a un assemblaggio e lo fa variare: il movimento attraverso cui un insieme smette di riprodursi identico a sé e comincia a mutare di natura. Non separa, <em>deterritorializza</em> — apre un fuori. Lontana dall’essere l’incidente o il margine di una struttura, ne è l’elemento primo: un campo sociale, un corpo, una lingua si definiscono innanzitutto per ciò che in essi fugge.

un champ social se définit moins par ses conflits et ses contradictions que par les lignes de fuite qui le traversent
Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille Plateaux. Capitalisme et schizophrénie 2, Postulats de la linguistique. Éditions de Minuit, coll. « Critique », 1980

L’espressione è di geografia e di disegno prima che di filosofia. La linea di fuga è innanzitutto la direzione secondo cui un paesaggio si sottrae verso l’orizzonte, il tracciato attraverso cui qualcosa evade dal quadro. Deleuze e Guattari ne fanno un concetto: in ogni insieme organizzato — che chiamano agencement — vi sono linee che lo stratificano, lo segmentano, lo tengono in posizione, e altre linee attraverso cui esso fugge, tracima, si deterritorializza. La linea di fuga è questa seconda specie.

La sua operazione è la deterritorializzazione. Un agencement tiene un territorio, dei codici, delle abitudini; la linea di fuga è il vettore tramite cui questo territorio viene abbandonato, non per dirigersi verso un altro territorio già pronto, ma per entrare in una zona di indeterminazione dove l’insieme muta di natura. È per questo che essa appartiene a pieno titolo a ciò che fa fuggire: c’è rottura nel rizoma ogni volta che linee segmentarie esplodono in una linea di fuga, e questa linea fa parte del rizoma. Non è fuori, apre l’esterno.

Da qui il loro rovesciamento di prospettiva. Di solito si crede che una società, un’istituzione, un soggetto si comprendano attraverso le loro strutture e le loro tensioni interne. Deleuze e Guattari sostengono il contrario: è ciò che sfugge a essere primario, e le strutture vengono poi a delimitare, otturare, recuperare queste fughe. Un campo sociale si legge quindi meno attraverso le sue contraddizioni che attraverso le linee di fuga che lo attraversano — primato del movimento di diserzione sull’ordine che esso mette in crisi.

Da distinguere ≠ dalla fuga nel senso di evasione o ritirata. Fuggire, qui, non significa né rinunciare né nascondersi: significa, dicono, far fuggire qualcosa come si fora una conduttura, aprire una breccia nel sistema. La linea di fuga non è neppure una garanzia di liberazione — può girare a vuoto, indurirsi, riprodurre ciò da cui fuggiva, o persino precipitare in pura distruzione. È una possibilità, mai una promessa: la via attraverso cui può passare del nuovo, a patto di non confonderla con un’uscita già tracciata.

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