Latin · Filosofia occidentale

Fatum

fatum

Il Destino, in Boezio (libro IV): non una potenza cieca, ma lo svolgimento temporale della Provvidenza divina. Una sola realtà, due sguardi. Visto nell’unità semplice dell’intelligenza di Dio, l’agire divino si chiama Provvidenza; visto nel suo dispiegarsi molteplice attraverso lo spazio e il tempo, si chiama Destino. Il Destino dipende dalla Provvidenza come l’esecuzione dipende dal piano dell’artista: Dio concepisce tutto in un solo atto, poi lo realizza *«attraverso una serie di operazioni successive»*. Da distinguere dal destino cieco degli Antichi e dalla [Fortuna](/lexique/roue-de-la-fortune/) capricciosa; dall’*[eph’hemin](/lexique/eph-hemin/)* stoico, poiché il Destino non si domina — solo l’assenso lo fa; e dall’*[amor fati](/lexique/amor-fati/)* nietzschiano, amare la necessità per sé stessa.

quand l’intelligence divine embrasse d’un seul regard, comme une unité, cet ensemble d’êtres qui se déroulent dans le temps, il faut l’appeler la Providence ; mais quand cette unité se divise pour se répartir dans le temps, il faut dire le Destin.
Boèce, La Consolation de la philosophie, Livre IV. Hachette, 1861 · trans. Louis Judicis de Mirandol · source

Fato. La parola portava con sé tutta la superstizione antica: una forza oscura, sorda, che schiaccia senza ragione. Boezio, nel libro IV, la riprende e la roverte. Non ci sono due realtà, Provvidenza e Destino, ma una sola sotto due sguardi. « Dal semplice punto di vista della sua divina intelligenza, l’azione di Dio si chiama Provvidenza; dal punto di vista dei movimenti e degli effetti che produce, è ciò che gli antichi chiamavano Destino. »

La distinzione è ottica, non ontologica. Quando l’intelligenza divina « abbraccia con un solo sguardo, come un’unità, l’insieme degli esseri che si svolgono nel tempo », è la Provvidenza; quando questa stessa unità « si divide per distribuirsi nel tempo », è il Destino. La Provvidenza è il piano colto in un sol colpo; il Destino, quel piano mentre si dispiega, istante dopo istante, attraverso lo spazio e le cause. L’una abbraccia, l’altro distribuisce.

Boezio offre l’immagine dell’artista. Questi « fissa dapprima nella sua mente la forma dell’opera », completa e in un solo slancio; poi la realizza « attraverso una serie di operazioni successive ». La Provvidenza è l’idea nella mente; il Destino, il gesto che la attua pezzo per pezzo. Da qui la subordinazione: « i modi successivi del Destino dipendono dall’unità della Provvidenza ». Nulla sfugge al piano, ma il piano, a sua volta, non dipende da nulla.

Da distinguere dal destino cieco degli Antichi e dalla Fortuna che gira senza disegno: il fatum di Boezio è ordine, non caso. Da distinguere dall’eph’ hemin stoico, poiché il Destino non cade « in nostro potere » — non lo padroneggiamo mai, solo il nostro assenso ci appartiene. E da distinguere dall’amor fati di Nietzsche, che ama la necessità per sé stessa: Boezio non ama il Destino, lo attraversa con lo sguardo fino all’eternità che lo contiene, quel punto semplice di cui esso non è che la versione dispiegata nel tempo.

← torna al lessico