Energeia
ἐνέργεια (energeia)
L'atto, l'attività, l'essere in esercizio — in contrapposizione alla semplice attitudine o possesso che resta inerte. Aristotele rifiuta di collocare il sommo bene in una qualità che si possieda senza farne uso: l'attitudine può esistere nell'uomo che dorme senza produrre nulla, mentre l'atto, invece, agisce necessariamente e agisce bene. La felicità non è dunque un avere, ma un fare: l'attività dell'anima guidata dalla virtù, dispiegata lungo un'intera vita. Da distinguere dalla disposizione dormiente (*hexis* non esercitata) e dall'*eudaimonia*, che è precisamente questa attività compiuta, non uno stato che si possieda in quiete.
Mais il n'est pas du tout indifférent de placer le bien suprême dans la possession ou dans l'usage de certaines qualités, dans la simple aptitude ou dans l'acte lui-même. L'aptitude peut exister fort réellement sans produire aucun bien, comme par exemple dans un homme qui dort, ou dans un homme qui pour toute autre cause reste inactif. L'acte au contraire ne peut jamais être dans ce cas, puisqu'il agit nécessairement, et que de plus il agit bien.
Il termine greco energeia (ἐνέργεια) — coniato da Aristotele a partire da ergon, l’opera, il lavoro — designa l’essere in atto, in contrapposizione a ciò che è ancora solo possibile o posseduto senza impiego. Barthélemy-Saint-Hilaire lo traduce con « atto » o « attività ». È una delle distinzioni più decisive della filosofia: tra ciò che una cosa può fare e ciò che effettivamente fa, tra la qualità dormiente e la qualità all’opera.
Aristotele se ne serve per dirimere la questione della felicità. Non basta possedere la virtù; occorre anche esercitarla. « La disposizione può esistere in modo molto reale senza produrre alcun bene, come ad esempio in un uomo che dorme » — la migliore predisposizione, inattiva, non vale nulla finché non agisce. L’atto, invece, « agisce necessariamente, e per di più agisce bene ». Il bene dell’uomo non è dunque un tesoro che si tiene inutilizzato, ma una messa in opera.
Da qui il suo paragone con i giochi Olimpici: la corona non va ai più belli né ai più forti, ma a coloro che sono scesi in campo, poiché i vincitori si trovano solo tra i concorrenti. Allo stesso modo, sono coloro che agiscono bene, e non quelli che ne avrebbero solo la capacità, a poter aspirare alla vita felice. Il bene proprio dell’uomo, conclude, è « l’attività dell’anima guidata dalla virtù » — e, se vi sono più virtù, da quella più alta. La prudenza regola questa attività nel particolare; il magnanimo la eleva alla sua massima espressione.
Energeia ≠ semplice possesso: la virtù che si ha senza esercitarla dorme come l’uomo addormentato, e non produce alcun bene. Energeia ≠ hexis: l’una è lo stato acquisito, stabile, di cui si dispone; l’altra è la sua attuazione, l’esercizio che solo genera l’opera. E l’eudaimonia non è qualcosa che si possiede: essa è questa attività dell’anima conforme alla virtù, protratta « per una vita intera e compiuta » — poiché una rondine non fa primavera.