Greek · Filosofia occidentale

Hexis

ἕξις (hexis)

La disposizione durevole, lo stato acquisito: il modo di essere stabile che ci si dà ripetendo gli stessi atti, e che l’abitudine incide nel carattere. La natura ci offre solo la possibilità di una virtù; l’*hexis* è ciò che ne facciamo. La virtù morale è un’*hexis* — una qualità acquisita che dipende dalla nostra volontà, e non un sentimento passeggero né un’abilità ricevuta già compiuta. Da distinguere dall’attitudine puramente naturale, che nessuna ripetizione conferisce, e dall’*energeia*, l’esercizio in atto che mette questa disposizione al lavoro.

Ainsi donc, la vertu est une habitude, une qualité qui dépend de notre volonté, consistant dans ce milieu qui est relatif à nous, et qui est réglé par la raison
Aristote, Éthique à Nicomaque, Livre II, ch. VI. La Morale d'Aristote, Ladrange, 1856 · trans. Jules Barthélemy-Saint-Hilaire · source

La parola greca hexis (ἕξις) deriva da ekhein, avere, tenere: è ciò che si « tiene », ciò che si è acquisito durevolmente in sé. Barthélemy-Saint-Hilaire la rende con « abitudine » o « modo di essere ». Il termine francese inganna un po’, perché non si tratta del meccanismo automatico che chiamiamo abitudine, ma dello stato stabile del carattere — la tempra che si acquisisce e che, una volta assunta, orienta da sé la condotta. La virtù, per Aristotele, è una hexis: non un atto isolato, non un’emozione passeggera, ma una disposizione consolidata.

Questa disposizione non è né data né innata: la si costruisce. « Mai le cose della natura possono, per effetto dell’abitudine, diventare diverse da ciò che sono », scrive: la pietra lanciata mille volte non prenderà l’abitudine di salire. Le virtù sfuggono a questa fatalità perché non sono in noi per sola natura — « la natura ci ha resi capaci di riceverle, ed è l’abitudine a svilupparle e portarle a compimento in noi ». Riceviamo la facoltà nuda; l’esercizio la trasforma in qualità determinata. Si diventa giusti compiendo atti giusti, coraggiosi affrontando ciò che va affrontato.

Da qui la definizione canonica della virtù morale, in cui il verbo « essere » esprime la permanenza: una hexis regolata dalla ragione, che dipende dalla nostra volontà e mira al giusto mezzo relativo a noi. Questo mezzo non è una media tiepida: è il punto esatto che la scelta deliberata raggiunge, e che la prudenza sa discernere nel particolare. La disposizione da sola resta muta; occorre una volontà retta perché regga.

Hexis ≠ attitudine naturale: la pietra conserva la sua pesantezza, ma il carattere si forgia — ciò che dipende da noi è solo ciò che è degno di lode o biasimo. Hexis ≠ energeia: la disposizione può rimanere latente nell’uomo addormentato o inattivo, mentre l’atto, esso, agisce sempre. E hexis ≠ eudaimonia: la virtù è lo stato acquisito da cui procede la felicità, ma la felicità non è questo stato in quiete — è il suo esercizio dispiegato lungo un’intera vita.

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