Anthropotechnique
Anthropotechnik
Concetto di Peter Sloterdijk: le antropotecniche sono i metodi di esercizio – mentali e fisici – attraverso cui l’essere umano lavora su sé stesso e si plasma. L’uomo vi appare come un essere di esercizio (*Übung*), sospeso a un imperativo che Sloterdijk legge nel busto di Apollo di Rilke: *« Devi cambiare la tua vita »*. Religioni, etiche, ascesi, sport: tanti sistemi di pratica che, sotto nomi diversi, rientrano in questa stessa fabbrica del sé.
By this I mean the methods of mental and physical practising by which humans from the most diverse cultures have attempted to optimize their cosmic and immunological status in the face of vague risks of living and acute certainties of death.
Sloterdijk parte da una constatazione: gli esseri umani non esistono solo in «condizioni materiali», ma in «sistemi immunitari simbolici» e in «involucri rituali». Il telaio di questi involucri lo definisce con un termine «freddamente razionale»: antropotecnica. La parola era stata sequestrata, dal 1997, dal dibattito sull’ingegneria genetica — la modellazione biologica dell’umano da parte di altri. Sloterdijk la riprende per indicare tutt’altro: «il lavoro su sé stessi», l’immenso repertorio di pratiche attraverso cui l’essere umano si è, da sempre, esercitato a trasformarsi.
Da qui la sua tesi provocatoria: «le religioni non esistono». Ciò che chiamiamo religione non è altro, ad un’analisi più attenta, che un «sistema di pratiche antropotecniche» mal interpretato — protocolli per regolare il proprio comportamento interiore ed esteriore, esercizi graduali, discipline del sé. L’essere umano è un animale capace di elevarsi, Homo immunologicus, essere dell’ascesi in senso lato: non l’asceta sofferente, ma il praticante, colui che risponde a un imperativo verticale. Il titolo del libro è questo stesso imperativo: devi cambiare la tua vita.
Il concetto getta luce, a sua volta, su voci affini: la cura dell’attenzione e l’attenzione degli Stoici, la meditazione della morte — tutti esercizi che Sloterdijk rilegge come antropotecniche esplicite. Offre inoltre un contrappunto alla società della stanchezza di Han: là dove Han descrive un soggetto che si esaurisce nel performare sé stesso, Sloterdijk riabilita l’esercizio formativo — a patto, però, di distinguerli.
Antropotecnica ≠ addestramento / eugenetica: non una modellazione dell’umano da parte di un altro (selezione, ingegneria genetica), riduzione contro cui Sloterdijk recupera proprio il termine, ma un esercizio del sé sul sé.
Antropotecnica ≠ potenziamento tecnico esterno: non si tratta di aumentare l’umano attraverso un dispositivo esterno, ma di un «lavoro sulla propria forma vitale», un’auto-formazione attraverso la pratica e l’abitudine (la bona consuetudo, la buona piega presa).