Honte prométhéenne
die prometheische Scham — la honte prométhéenne ; das prometheische Gefälle / le décalage prométhéen
Concetto elaborato da Günther Anders (*Die Antiquiertheit des Menschen*, 1956): la vergogna che l’uomo prova di fronte alla perfezione degli oggetti che ha fabbricato lui stesso. Di fronte a macchine esatte, infallibili, l’essere umano si scopre inferiore ai propri prodotti — vergogna non di aver agito male, ma di essere nato anziché fabbricato, di essere un vivente fallibile, impreciso, mortale, «superato» dall’alta qualità di ciò che ha creato. Anders la collega allo *scarto prometeico* (*das prometheische Gefälle*): il divario crescente tra ciò che l’uomo può produrre e ciò che può ancora rappresentarsi, sentire o assumersi. Mentre la vergogna ordinaria si manifesta davanti agli altri, questa si manifesta davanti alle cose; il suo oggetto non è una colpa, ma la condizione stessa di essere creatura.
Ich nenne es vorerst für mich „Prometheische Scham“; und verstehe darunter die „Scham vor der ‚beschämend' hohen Qualität der selbstgemachten Dinge“.
Anders osserva un amico, T., in una mostra tecnica. Non appena una macchina complessa si mette in funzione, l’uomo abbassa lo sguardo, tace, nasconde le mani dietro la schiena — come se si vergognasse di aver portato le sue membra « pesanti, goffe e obsolete » nell’alta società di apparecchi che funzionano con tanta precisione. Da questa scena, Anders trae un sentimento inedito, senza precedenti a suo dire nella storia: la vergogna prometeica, la « vergogna di fronte alla qualità umiliante delle cose fatte a mano d’uomo ».
Ciò che umilia qui non è un padrone, né un ambiente sociale superiore, ma un oggetto. L’uomo riconosce alle macchine una «höhere Seins-Klasse» (classe d’essere superiore) e si sente, nella sua « goffaggine carnale », nella sua « imprecisione di creatura », inferiore a esse. La vergogna riguarda ciò che non ha scelto: essere nato e non fabbricato, venire al mondo fallibile e mortale laddove il prodotto esce perfetto dalla fabbrica.
Anders colloca questa vergogna in uno squilibrio più ampio, il dislivello prometeico (das prometheische Gefälle): le nostre capacità di fare hanno superato le nostre capacità di sentire e di rappresentarci. Produciamo più di quanto possiamo immaginare, fabbrichiamo effetti che nessun cuore può misurare. La vergogna prometeica è l’affetto soggettivo di questo divario: il vivente che sa di essere superato dalla propria tecnica.
La vergogna prometeica ≠ la vergogna morale ordinaria: quest’ultima nasce da una colpa davanti agli altri, è riparabile; la vergogna prometeica si gioca davanti a cose e riguarda la condizione stessa di creatura, che non si ripara. Essa ≠ anche l’alienazione marxiana: l’operaio espropriato del suo prodotto resta padrone del proprio valore umano; in Anders, è l’umano nella sua interezza a sentirsi ontologicamente inferiore alla macchina — non derubato, ma obsoleto.