French · Filosofia occidentale

Contre-productivité

Soglia oltre la quale uno strumento o un’istituzione comincia a produrre l’opposto del suo fine: la scuola che *abbrutisce*, il trasporto che *immobilizza*, la medicina che *ammala*. In *La convivialità*, Illich lo definisce il «secondo livello di mutazione» — il momento in cui, superato un certo punto di crescita, lo strumento smette di servire l’uomo e lo manipola. Più tardi formalizzerà il termine di «controproduttività» (in particolare in *Nemesi medica*), ma il concetto è già interamente descritto qui: non un semplice rendimento decrescente, ma un rovesciamento dello strumento contro la sua stessa ragion d’essere.

En une décennie plusieurs institutions dominantes ont, ensemble, sauté gaillardement le second seuil. L’école n’est plus un bon outil d’éducation, ni la voiture un bon outil de transport, ni la chaîne de montage un mode acceptable de production. L’école produit des cancres et la vitesse dévore le temps.
Ivan Illich, La Convivialité, I. Deux seuils de mutation. Seuil, 1973

Illich distingue due soglie nella vita di uno strumento. Alla prima, lo strumento diventa efficace: la medicina, intorno al 1913, inizia a guarire più spesso di quanto non danneggi. Alla seconda, qualcosa si inverte. Lo strumento, continuando a crescere, supera una «seconda soglia di mutazione» oltre la quale l’istituzione «perverte l’uso dello strumento maneggevole»: «Si scambia sempre più il mezzo per il fine». La scuola comincia a produrre somari, l’automobile a divorare il tempo che prometteva di far risparmiare, la medicina a fabbricare nuove malattie. Il fine si rovescia nel suo contrario.

La parola che la posterità ricorderà — controproduttività — non è ancora scritta qui; Illich parla della «seconda soglia», del momento in cui l’istituzione «perverte l’uso dello strumento maneggevole» e inaugura «il regno delle manipolazioni». Ma la cosa è tutta lì, ed è precisa: non è lo strumento a produrre meno, è lo strumento a produrre l’opposto. Lo stesso gesto fonda la convivialità: una società è conviviale finché mantiene i suoi strumenti al di sotto di questa soglia, là dove essi prolungano ancora la libertà di chi li usa. Giudicare un mezzo non in base al suo rendimento, ma a ciò che fa al tessuto delle relazioni — è l’esigenza di ogni ecologia dell’azione.

La controproduttività ≠ una semplice inefficienza o un rendimento decrescente: lo strumento non svolge «peggio» la sua funzione, compie l’inverso del suo fine — l’istituzione che doveva curare rende malati. E non è ≠ un effetto collaterale accidentale: non è un fallimento imprevisto, ma una soglia strutturale, prevedibile, inscritta nella logica stessa della crescita dello strumento. Superato questo punto, il male non è più un incidente della macchina: ne è il prodotto.

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