French · Filosofia occidentale

Afrotopia

Da Felwine Sarr, l'Afrotopia non è un luogo ma un'utopia attiva: non il sogno di un paradiso africano a venire, ma il lavoro di individuare, nella realtà presente del continente, i germi di un futuro possibile e di fecondarli. Respinge il racconto del «recupero» — l'idea che l'Africa debba rincorrere il modello economico e sociale dell'Occidente per colmare un ritardo. Sarr contrappone un'Africa che attinge alle proprie risorse mitologiche, culturali e spirituali per inventare la propria traiettoria. Né nostalgia di un passato precoloniale, né mimetismo dello sviluppo: un atto di fede in possibilità da far nascere attraverso il pensiero e l'azione.

L'Afrotopia est une utopie active qui se donne pour tâche de débusquer dans le réel africain les vastes espaces du possible et les féconder.
Felwine Sarr, Afrotopia, Introduction. Philippe Rey, 2016

La parola è forgiata contro una doppia tentazione. Da un lato l’afro-pessimismo, che legge il continente solo attraverso il registro della mancanza — guerre, carestie, ritardi, fallimenti. Dall’altro l’afro-ottimismo dei tassi di crescita, che celebra un’Africa «emergente» a patto che si allinei il prima possibile agli standard del Nord. Sarr considera entrambi solidali con la stessa misura: l’Occidente come unico metro del successo. L’Afrotopia sposta il metro. La domanda non è più «a che punto è l’Africa sulla scala dello sviluppo», ma «quale forma di vita sociale, quale rapporto con il tempo, la misura, il senso, può proporre a partire dai propri universi».

L’utopia qui non ha nulla di una fuga. Fondare un’utopia, scrive Sarr, non significa «abbandonarsi a una dolce fantasticheria, ma pensare spazi del reale da far emergere attraverso il pensiero e l’azione». L’Afrotopos — questo altro luogo di cui affrettare la venuta — non è altrove né domani: è già presente in germe, nelle pratiche, nei discorsi, nelle creazioni in cui si elabora «questa Africa che viene». Il gesto consiste nel stanarli, nominarli, alimentarli. Ecco perché l’Afrotopia è tanto un’inchiesta quanto un progetto: scruta il reale per cogliervi l’emergere di una novità radicale, piuttosto che applicare un modello ricevuto.

Ciò che è in gioco è anche un rapporto con l’immaginario. Una civiltà, per Sarr, non si risolleva anzitutto attraverso i suoi bilanci macroeconomici, ma attraverso la capacità di sognarsi diversamente, di attingere al proprio patrimonio simbolico per orientare il proprio divenire. Da qui la parentela con altre riflessioni che rifiutano l’unicità del mondo moderno — il pluriverso di Escobar, il sentire-pensare dei territori — e il contrappunto esatto che essa forma con il divenire-nero del mondo di Mbembe: là dove quest’ultimo diagnostica l’estensione planetaria di una condizione subita, l’Afrotopia afferma una potenza di inventare.

L’Afrotopia ≠ l’afro-pessimismo, che vede solo la mancanza. ≠ il recupero sviluppista, che prende l’Occidente come misura e il futuro africano come un ritardo da colmare. ≠ il ritorno identitario a un passato precoloniale idealizzato, perché lavora sul presente e non sulla nostalgia.

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