Il tempo che ci viene sottratto

Seneca apre le Lettere a Lucilio con l'unico bene la cui perdita sia irreparabile.

Il tempo che ci viene sottratto
Salvator Rosa — Autoritratto (ca. 1647). The Metropolitan Museum of Art, CC0.

Lettrine L incisa, stile Art nouveauIl primo vocabolo che Seneca rivolge a Lucilio non riguarda l’anima né gli dèi. Riguarda una cosa quasi domestica: non lasciare che le ore ti sfuggano. Centoventiquattro lettere seguiranno, sulla morte, l’amicizia, la fortuna, la paura — e l’intera corrispondenza comincia da qui, dall’inventario di un capitale che dissipiamo senza nemmeno vederlo svanire.

Segui il tuo piano, caro Lucilio; riprenditi in mano: il tempo che finora ti è stato strappato, o rubato, o che hai lasciato perdere, raccoglilo e risparmialo.

Seneca, Lettere a Lucilio , libro I  — ed. da traduzione francese di Joseph Baillard, Hachette 1914, trad. viasophia

Tre verbi per una stessa perdita, che non si equivalgono. Ci vengono sottratte delle ore — « con la forza »; altre « con l’inganno »; altre ancora « ci scivolano tra le dita ». Furto, raggiro, fuga: tre modi per ritrovarsi impoveriti. Ma Seneca stabilisce subito una gerarchia, e il suo verdetto è severo: « Ora, la perdita più vergognosa è quella che viene dalla negligenza; e, se ci fai caso, la parte più grande della vita si consuma nel fare il male, una grande nel non fare nulla, il tutto nel fare altro da ciò che si dovrebbe. » La peggiore spoliazione non è quella che un tiranno ci impone. È quella che infliggiamo a noi stessi, distratti, da quell’occupazione perpetua che somiglia a una vita piena e non ne è che la contraffazione.

È tutta la diagnosi dell’occupatio, l’affaccendamento: l’uomo occupato corre, si affanna, non appartiene a se stesso. Seneca non gli rimprovera di lavorare; gli rimprovera di aver affidato l’unico bene che sia veramente suo a chiunque, tranne che a sé.

Perché Seneca tiene il conto del suo tempo?

Lucilio potrebbe obiettare: tu che predichi, fai forse di meglio? Seneca non si sottrae.

Te lo confesserò francamente: faccio come un uomo di grande lusso, ma ordinato; tengo nota delle mie spese.

Seneca, Lettere a Lucilio  — ed. da traduzione francese di Joseph Baillard, Hachette 1914, trad. viasophia

Il vocabolario è quello di un contabile. Il tempo è un bene, una proprietà, una spesa di cui si tiene il registro; più avanti, è il « fondo del vaso » che non bisogna aspettare di scorgere per risparmiare ciò che resta. Seneca pensa il tempo con le parole del denaro — e ha una ragione per farlo, che enuncia senza giri di parole: tutto il resto ci è prestato, solo il tempo è nostro.

Caro Lucilio, tutto il resto è in prestito, solo il tempo è nostro bene.

Seneca, Lettere a Lucilio  — ed. da traduzione francese di Joseph Baillard, Hachette 1914, trad. viasophia

La salute, la reputazione, gli amici, i beni: tante cose che il destino ci ha affidato e riprenderà. Passano soltanto tra le nostre mani — è già la distinzione che Epitteto traccerà tra ciò che dipende da noi e ciò che non ne dipende. Il tempo, invece, è di natura diversa: è « l’unica cosa, fugace e sfuggente, di cui la natura ci concede la proprietà ». Strana proprietà: ne siamo titolari, eppure chiunque può spogliarcene. Tenere i conti, dunque, non è avarizia; è l’unica custodia possibile su un bene che tutto cospira a sottrarci.

Resta da capire cosa questa custodia sorvegli. Non il futuro, risponde Seneca, ma ciò che è già consumato. « Mostrami un uomo che dia al tempo il minimo valore, che sappia quanto vale un giorno, che comprenda che ogni giorno muore un poco! » Crediamo che la morte sia davanti a noi, all’orizzonte; in realtà lavora alle nostre spalle, in ogni giornata trascorsa. « Per la maggior parte l’abbiamo già lasciata dietro di noi; tutto lo spazio percorso le appartiene. » Contare il proprio tempo, quindi, non significa risparmiare per dopo. Significa accorgersi che si muore adesso, a frammenti, e che la parte già vissuta appartiene alla morte.

Da qui quella tensione propria dello stoico: rendersi padrone di ogni ora senza rimandare nulla. « Dipenderai meno dal domani, se ti assicurerai bene l’oggi. » Perché la procrastinazione non rinvia la vita; la dissipa in pura perdita: « Mentre la si rinvia, la vita passa. »

Il linguaggio di Seneca ci è familiare — forse troppo. Anche noi contiamo il tempo: lo « gestiamo », lo « ottimizziamo », compriamo strumenti che promettono di « farcene guadagnare ». Ma occorre distinguere prima di credere di riconoscere. Seneca tiene i conti per sottrarre il tempo all’affaccendamento, e restituirlo al solo uso che ritiene degno di esso — l’esame di sé, la filosofia, l’amicizia. La gestione contemporanea conta al contrario: non per svincolare l’ora dal compito, ma per farvi entrare più compiti. Lo stesso gesto — misurare il tempo — serve due progetti opposti: nello stoico, svuotare l’agenda; in noi, saturarla. Che questo secondo progetto mantenga le sue promesse non è solo un’impressione: studiando ciò che definisce accelerazione sociale, il sociologo Hartmut Rosa descrive un paradosso tenace — le nostre tecniche ci « fanno guadagnare » sempre più tempo, eppure il senso di non averne mai abbastanza non fa che crescere. Guadagnare tempo, nei suoi termini, spesso significa correre più veloci per restare nello stesso posto. Seneca mirava all’opposto: non accelerare per tenere il passo, ma sottrarre l’ora alla corsa perché torni a essere sua.

Seneca chiude con un monito che gli antichi, dice, si tramandavano: « risparmiare il fondo del vaso è agire tardi. » Aspettare, per fare i conti, che non resti quasi nulla — e quel nulla è anche il peggio, perché « la parte che rimane per ultima non è solo la più piccola, ma la peggiore. » La lezione non è risparmiare i giorni come un tesoro che non si apre mai. È smettere di lasciarli prendere.

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