Sanskrit · Vedānta

Kama

kāma

Il desiderio, l’appetito, la bramosia. Quando Arjuna chiede cosa spinga l’uomo al male *«come da una forza estranea»*, Krishna risponde: è il *kāma*. Nella *Bhagavad-Gītā*, il desiderio non è una mancanza neutra da colmare, ma una potenza divorante, nemica della conoscenza, che offusca il giudizio e incatena l’anima ai suoi oggetti.

C’est l’amour, c’est la passion, née des Ténèbres ; elle est dévorante, pleine de péché ; sache qu’elle est une ennemie ici-bas.
Krishna (attrib.), Bhagavad-Gîtâ, Chapitre III, 37. Bibliothèque orientale, 1861 · trans. Émile Burnouf · source

Burnouf traduce kāma con « l’amore » e « la passione », due termini che, nell’Ottocento francese, racchiudono l’appetito sensibile e la brama. Il contesto è inequivocabile: Arjuna ha appena chiesto da quale forza l’uomo sia « spinto al peccato, contro la sua volontà ». Il desiderio è dunque presentato fin da subito come una potenza che agisce nostro malgrado, e non come una scelta.

I versi successivi ne tracciano il ritratto. Il desiderio « offusca la scienza », « muta forma a suo piacimento », ha per dominio « i sensi, la mente, la ragione ». Krishna lo paragona al fumo che avvolge la fiamma, alla ruggine sullo specchio. Da qui il rimedio, che non è la deliberazione ma il dominio: « incatena i sensi fin dall’inizio, e distruggi questa peccatrice che toglie la conoscenza ».

Da distinguere dal karma, l’atto: il kāma è ciò che insozza l’atto mescolandovi l’attesa di un frutto. Il desiderio negato nel nishkama-karma è esattamente quel kāma, non ogni slancio dell’anima ma la brama del risultato. Da distinguere ancora dal desiderio come lo intendono le vie di purificazione graduale: la Gītā non propone di affinare il desiderio, ma di reciderlo, perché lo considera il nemico stesso della liberazione.

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