Greek · Filosofia occidentale

Akrasia

ἀκρασία (akrasia)

L'incontinenza, la mancanza di padronanza di sé: lo stato di chi conosce il bene eppure fa il male, la sua risoluzione travolta dalla passione. L'incontinente non ha un pensiero fermo a favore della sua colpa; lotta ancora contro sé stesso, poi cede. Aristotele ne fa il problema centrale del Libro VII: come si può agire contro ciò che si sa essere buono? Da distinguere dall'*intemperanza* (il dissoluto), che sceglie deliberatamente il male per convinzione e non prova alcuna lotta, e dal vizio tout court, che corrompe fino al giudizio.

Le débauché en effet est conduit à ses fautes par son libre choix, croyant qu’il faut toujours poursuivre le plaisir du moment.
Aristote, Éthique à Nicomaque, Livre VII, ch. III. La Morale d'Aristote, Ladrange, 1856 · trans. Jules Barthélemy-Saint-Hilaire · source

Ecco la traduzione in italiano idiomatico, mantenendo la formattazione Markdown:

La parola greca akrasia (ἀκρασία) si forma dal prefisso privativo a- e da kratos, la forza, il potere: letteralmente l’assenza di padronanza, la mancanza di dominio su di sé. Barthélemy-Saint-Hilaire la rende con «intemperanza». L’incontinente è colui che sa cosa dovrebbe fare eppure fa l’opposto, perché la passione prevale sulla decisione.

Il paradosso aveva impegnato Socrate, che negava persino la possibilità del fatto: nessuno, pensava, agisce consapevolmente contro il proprio bene; agire male significa ignorare. Aristotele rifiuta di salvare così la coerenza a scapito dell’esperienza. Sì, l’incontinente «sa» — ma di un sapere che la passione sospende nel momento dell’azione, come l’ubriaco recita versi senza comprenderli. La conoscenza è presente, sopraffatta, non distrutta. Ecco perché l’incontinente può poi riprendersi e pentirsi.

Tutto il peso dell’analisi poggia su una distinzione. L’incontinente e il dissoluto compiono le stesse azioni, ma in modo del tutto diverso. Il dissoluto è spinto ai suoi errori da una scelta libera, convinto che si debba sempre perseguire il piacere immediato: non prova rimorso, perché agisce secondo le proprie convinzioni. L’incontinente, invece, non ha «un pensiero fermo»; insegue il piacere che si presenta pur sapendo di avere torto, e lotta ancora contro se stesso.

Da distinguere dunque dallo sregolamento (il dissoluto), che sceglie il male a sangue freddo e che nessuna lotta interiore lacera — da cui, paradossalmente, la maggiore difficoltà a guarirlo: bisognerebbe cambiare non il suo comportamento, ma la convinzione stessa. L’incontinenza attacca solo l’esecuzione; il vizio attacca la prudenza stessa, e corrompe il principio da cui parte ogni azione. Tra i due, l’incontinente conserva almeno retta la direzione — è la sua debolezza, non la sua menzogna.

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