French · Mistica cristiana

Malheur

Da Simone Weil, la sventura (nel senso forte) non è la sofferenza ordinaria, ma uno strappo che distrugge l’«*io*» dall’esterno: uno schiacciamento dell’anima intera, insieme carnale, psichico e sociale, che la vittima non può né attraversare né sciogliere con le proprie forze. Dove il dolore resta esteriore e si sopporta, la sventura avvilisce, irrigidisce e annienta la persona — è la condizione dello schiavo, del sradicato, del condannato.

Rien au monde ne peut nous enlever le pouvoir de dire je. Rien, sauf l’extrême malheur. Rien n’est pire que l’extrême malheur qui du dehors détruit le je, puisque dès lors on ne peut plus le détruire soi-même.
Simone Weil, La Pesanteur et la Grâce, chapitre « Le moi ». Librairie Plon, 1948 · source

La parola sofferenza non basta a Weil. Riserva sventura a un grado in cui il dolore cessa di essere una prova che si porta per diventare una distruzione che si subisce. Ciò che questa sventura colpisce non è anzitutto il corpo: è l’«io», e lo distrugge dall’esterno. Lo stesso suicidio lascia al condannato il potere di disfarsi; la sventura estrema glielo toglie — «da quel momento non si può più distruggere se stessi».

Qui sta la differenza. Il dolore fisico resta esteriore, confinato nella sola sensibilità; si può soffrire «conservando il senso del reale». La sventura, invece, colpisce l’anima intera: la congela in un presente senza futuro sopportabile e la riduce all’istinto di sopravvivere, che si aggrappa ciecamente «come una pianta si aggrappa coi suoi viticci». Weil vi legge la condizione dello schiavo, del sradicato, del forzato — uno schiacciamento in cui corpo, anima e rango sociale sono presi insieme.

Da qui la sua constatazione più dura: la sventura non nobilita, perché «quando si pensa a un infelice, si pensa alla sua sventura. Ma l’infelice non pensa alla sua sventura: ha l’anima colma di qualsiasi minimo sollievo possa desiderare». La sventura non eleva chi schiaccia; lo rende, dall’esterno, incapace della grandezza che gli si attribuisce.

Per questo è l’esatto pendant della decrescita. Disfare l’«io» per amore, dall’interno e acconsentendovi, è opera del santo; la sventura lo disfa dall’esterno, senza consenso — stesso gesto, senso inverso. Solo un’attenzione sovrannaturale permette di guardare in faccia la sventura altrui senza distogliere lo sguardo, e di considerare i beni che proteggono l’anima come semplici metaxu.

Sventura ≠ sofferenza o semplice dolore fisico, che restano esteriori e si sopportano finché l’«io» sussiste. Sventura ≠ tristezza spinozista, quel passaggio graduale e reversibile a una minore potenza d’agire: la sventura weiliana è uno sradicamento totale, uno schiacciamento sociale e carnale dell’anima intera, da cui non ci si rialza con le proprie forze.

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