Guī gēn
歸根 (guī gēn)
Il ritorno alla radice: il movimento con cui i diecimila esseri, dopo il loro slancio, tornano alla propria origine — al fondo vuoto e immobile da cui sono nati. Nel capitolo XVI del *Tao Te Ching*, questo ritorno si snoda in una sequenza di nomi: tornare alla radice è la quiete; la quiete è tornare alla vita; tornare alla vita è il costante; conoscere il costante è essere illuminati. Non un declino, ma il compimento del ciclo, che riconduce ogni cosa al fondo da cui apparentemente si era solo staccata.
Revenir à son origine s’appelle être en repos
Il termine si scrive 歸 (guī), tornare, e 根 (gēn), la radice. Julien lo glossa letteralmente come « tornare alla propria radice ». Sigilla, nel capitolo XVI, una scena cosmica: « I diecimila esseri nascono insieme; poi li vedo ritornare ». Dopo l’ascesa — il rigoglio in cui ogni cosa dispiega la propria forma — viene il riflusso: « Dopo essere stati in uno stato florido, ciascuno di loro torna alla propria origine ». Il saggio non provoca questo ritorno; lo vede, dall’osservazione del ritorno (觀復) che il capitolo pone alla sua fonte.
Ciò che dà forza alla parola è la catena di nomi che dischiude. Tornare alla radice si chiama essere in quiete; essere in quiete si chiama tornare alla vita; tornare alla vita si chiama essere costante (常); sapere essere costante si chiama essere illuminato (明). Il ritorno, dunque, non è una fine, ma un accesso: al fondo immobile, alla permanenza sotto il flusso, alla chiarezza. Chi lo ignora « si abbandona al disordine e si attira sciagure ». La quiete non è inerzia — è la coincidenza ritrovata con il corso naturale, la sorgente da cui può nuovamente scaturire l’agire giusto.
Guī gēn ≠ wuhua: la trasformazione delle cose asseconda il divenire, passa di forma in forma senza nostalgia di alcun fondo; il ritorno alla radice, invece, mira proprio al fondo — il termine del ciclo, non il suo flusso. E guī gēn ≠ regressione: il ritorno taoista non è perdita né regresso verso uno stato minore, ma pienezza — l’essere ricondotto a ciò che in lui non muore.