De
德 (dé)
Il *de* non è la virtù morale nel senso di un merito o di una conformità a una legge. È la potenza-efficienza propria di un essere: ciò che il Tao deposita in lui e che lo fa crescere secondo ciò che è. Il Tao produce, il *de* nutre. Virtù nel senso antico di forza che rende capace — la linfa che fa sì che una cosa giunga pienamente a se stessa.
Le Tao produit les êtres, la Vertu les nourrit.
Il termine che regge tutto è nutrire. Il Tao genera gli esseri (道生之), il de li nutre (德畜之): tra la sorgente e la cosa, il de è ciò che passa e sostiene. Julien lo rende con « Virtù », ma il suo commento corregge subito l’equivoco — « la Virtù di cui parla qui l’autore è la manifestazione del Tao nelle creature ». Non una qualità che l’essere si dà, una potenza che riceve e dispiega.
Ogni essere ha il suo de: l’acqua ha la potenza dell’acqua, l’albero quella dell’albero. Questa efficacia non è meritata, è conferita e tenuta in proprio — « nessuno ha conferito al Tao la sua dignità, né alla Virtù la sua nobiltà: le possiedono eternamente in sé stessi ». Il de è dunque meno ciò che si fa di bene che ciò che si è capaci di fare restando fedeli alla propria natura.
Il de (la potenza ricevuta, dispiegata nell’essere) non è il tao, la via-sorgente da cui procede: il Tao è a monte, il de è ciò che ne discende in ogni cosa. E il de non è la virtù morale occidentale, merito o obbedienza a una regola: non si conquista il proprio de, lo si incarna. Il Tao è il fiume; il de, la forza della corrente in ogni ansa.