French · Filosofia occidentale

Collapsologie

du latin collapsus, « qui est tombé en un seul bloc »

Termine coniato da Pablo Servigne e Raphaël Stevens per designare lo studio transdisciplinare del possibile collasso della civiltà industriale, e di ciò che potrebbe seguirle. Né profezia di sventura né manuale di ritirata, è un tentativo di conoscenza lucida — che unisce dati scientifici, ragione e intuizione — per affrontare ciò che viene e discutere serenamente di cosa farne.

Ce sera tout l'objet de la collapsologie, que nous définissons donc comme l'exercice transdisciplinaire d'étude de l'effondrement de notre civilisation industrielle, et de ce qui pourrait lui succéder, en s'appuyant sur les deux modes cognitifs que sont la raison et l'intuition, et sur des travaux scientifiques reconnus.
Pablo Servigne et Raphaël Stevens, Comment tout peut s'effondrer, Conclusion, « Vers une collapsologie générale et appliquée ». Seuil (coll. Anthropocène), 2015

La parola è una confessione di fabbricazione. Servigne e Stevens la forgiano « con una certa autoironia », a partire dal latino collapsus, « che è caduto in un solo blocco ». Ciò che manca loro, nel dibattito sulla fine di un mondo, non è l’immaginazione — ce n’è già troppa — ma una disciplina: « Manca una vera scienza applicata e transdisciplinare del collasso ». La collassologia nasce per colmare questo vuoto, raccogliendo lavori fino ad allora « sparsi » in archeologia, economia, ecologia, climatologia, senza restare prigioniera di una sola.

Due precisazioni nella parola stessa. Transdisciplinare: nessuna disciplina da sola abbraccia il fenomeno, che è sistemico. E di ciò che potrebbe seguirle: l’oggetto non è solo la caduta, ma anche il dopo, il mondo post-carbonio già in embrione. Da qui il secondo pilastro, inusuale per una scienza: la ragione e l’intuizione. Gli autori rifiutano la neutralità — « i “collassologi” sono direttamente coinvolti in ciò che studiano » — e legano il lavoro intellettuale al lavoro di un lutto, quello di un futuro in cui si era creduto.

La parola confina con l’intrusione di Gaia: stesso rifiuto dell’Uomo che sovrasta il proprio destino, stesso richiamo a una dipendenza che la modernità credeva superata. Ma mentre Stengers nomina la forza che irrompe, la collassologia cerca di farne un oggetto di studio. Prosegue anche la complessità: un sistema di interdipendenze in cui un cedimento si propaga e nessun effetto resta locale.

La collassologia ≠ il survivalismo: quest’ultimo prepara il ritiro armato di un individuo — « come fabbricare il proprio arco e le proprie frecce » — mentre essa cerca un sapere condiviso per « poter discutere serenamente delle politiche da attuare ». ≠ il catastrofismo che incute paura: « Non avete quindi tra le mani un libro destinato a spaventare ». ≠ infine la previsione datata: parla di probabilità, di « diversi gradi di collasso », di una temporalità « né lineare né omogenea » — mai di una data.

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