Atterrir
Da Bruno Latour, « *atterrare* » designa un gesto politico: rinunciare ai due poli che magnetizzavano la modernità — il Globale (l’orizzonte infinito della globalizzazione) e il Locale (il suolo-rifugio, l’identità chiusa) — per volgersi verso un terzo attrattore, il Terrestre. Il Terrestre non è « la natura » contemplata da lontano: è la sottile zona in cui la vita è possibile, popolata da agenti che reagiscono ai nostri atti. Orientarsi in questo paesaggio, e trovare dove ci si posa e con chi si accetta di coabitare, ecco cosa significa *atterrare*.
En effet, de façon surprenante, tout ce qu'il s'agit de connaître de ce troisième attracteur, le Terrestre, se limite, vu de l'espace, à une minuscule zone de quelques kilomètres d'épaisseur entre l'atmosphère et les roches mères. Une pellicule, un vernis, une peau, quelques couches infiniment plissées.
Latour parte da uno smarrimento: i moderni non sanno più verso cosa orientare le loro vite pubbliche. « Per resistere a questa perdita di orientamento comune, bisognerà atterrare da qualche parte. » Atterrare, quindi, non è un ritorno indietro, ma sapere come orientarsi in un paesaggio in cui due vecchie bussole — il Globale e il Locale — hanno smesso di indicare una rotta abitabile.
Il suolo su cui posarsi è il Terrestre. E la sorpresa che Latour sottolinea è la sua ristrettezza: tutto ciò che ci riguarda sta in una « minuscola Zona Critica », pochi chilometri tra l’atmosfera e la roccia — « una pellicola, una vernice, una pelle ». Siamo soliti esaltarci davanti all’immensità dell’universo; eppure nulla di quella immensità ci protegge. Il Terrestre non è il Globo visto da Sirio né il pianeta astronomico: è il sottile strato vivente, e l’unico abitabile.
La sua differenza rispetto a « la natura » è decisiva. Il Globale, dice Latour, coglie le cose « da lontano », come indifferenti agli umani; il Terrestre le coglie « viste da vicino », sensibili ai nostri atti « a cui reagiscono con forza ». La Terra non è uno scenario inerte: risponde. È lo stesso ribaltamento dell’intrusione di Gaia in Stengers — una potenza che reagisce e ci richiama alla nostra dipendenza — e la stessa densità di agenti di un mondo più che umano. Di fronte al collasso mappato dalla collassologia, atterrare è la risposta politica: non fuggire, ma posarsi.
Atterrare ≠ tornare al Locale: il Locale-rifugio promette « la sicurezza di uno spazio protetto », ma scivola verso « l’omogeneità etnica, la patrimonializzazione, l’istoricismo, la nostalgia » — mentre « il Terrestre è fatto per differenziarsi aprendosi ». Il Terrestre ≠ « la natura » oggetto: non consente il distacco, perché reagisce a ciò che le facciamo. E « atterrare significa necessariamente atterrare da qualche parte »: non sovrastare la Terra, ma dichiarare dove ci si posa e con chi si accetta di coabitare.