French · Filosofia occidentale

Intrusion de Gaïa

Espressione coniata dalla filosofa Isabelle Stengers per designare l’irruzione di una potenza globale — il sistema-Terra sregolato — che si impone all’umanità senza consultarla e la richiama alla sua dipendenza. Gaia, qui, non è né una dea benevola né « la natura » armoniosa: è una forza indifferente alle nostre ragioni, che pone una domanda senza interessarsi alla nostra risposta.

un agencement chatouilleux de forces indifférentes à nos raisons et à nos projets.
Isabelle Stengers, Au temps des catastrophes, Chapitre « Nommer Gaïa ». Les Empêcheurs de penser en rond / La Découverte, 2009

Stengers non riprende la Gaia delle invocazioni ecologiche, quella che si evoca per affermare la nostra appartenenza alla Terra. Scrive l’opposto: « Ciò che qui si tratta di pensare è l’intrusione, non l’appartenenza ». Gaia è il nome di ciò che fa intrusione — una potenza che irrompe senza essere stata invitata e impone una domanda a cui non eravamo preparati.

La parola intrusione è scelta per la sua brutalità. Gaia « non ci chiede nulla, nemmeno una risposta ». È, dice Stengers, « offesa, ma non vendicativa »: non si tratta di una rivalsa della natura, né di una punizione meritata, ma di una semplice constatazione — un assemblaggio di forze che non ci deve nulla. Ecco perché non si combatte contro Gaia; si combatte contro ciò che ha provocato la sua intrusione.

Ciò che questa intrusione mette in crisi è l’immagine dell’Uomo eretto sulle sue due gambe, padrone del proprio destino e affrancato da ogni trascendenza. Gaia reintroduce una dipendenza che la modernità credeva abolita. Pensare alla sua scala rientra in un’ecologia dell’azione: i nostri gesti producono effetti che ci sfuggono e ci ritornano, in un mondo intrecciato che nessuno domina — ciò che la complessità definisce allo stesso modo.

L’intrusione di Gaia ≠ la Gaia-dea benevola delle spiritualità della Terra: non ama né protegge nessuno. ≠ neppure la catastrofe naturale puntuale: non è un brutto momento da superare, ma un’incognita duratura, « qui per restare », che cambia l’orizzonte stesso dei nostri atti.

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