Piccoli di fronte all’immenso
La stessa vastità placa Marco Aurelio e travolge Arjuna — due modi di non essere più al centro.
Aprire gli occhi da abbastanza in alto, e l’intero mare sta in una goccia. È un esercizio che gli Antichi praticavano a occhi chiusi: sollevarsi col pensiero al di sopra del mondo e, da lì, vederlo rimpicciolire. L’impero diventa un punto, la fama un rumore in un angolo, una vita il tempo di un battito. Marco Aurelio vi si dedica la sera, sotto la tenda, in un taccuino scritto per sé solo.
L’Asia e l’Europa sono sperdute in un angolo del mondo; l’intero mare non è che una goccia d’acqua nel mondo; il monte Athos non è che una zolla di terra. Tutta questa parte di tempo che possiamo misurare non è che un istante dell’eternità. Tutto è meschino, mutevole, perituro.
Il gesto sembra crudele: ridurre tutto, appiattire tutto. Non lo è. Marco Aurelio non sminuisce il mondo per rammaricarsene, lo riporta alle sue dimensioni per distaccarsene. Ciò che gonfia il petto — un onore atteso, un’offesa subita, la paura di finire — perde di peso non appena lo si commisura all’insieme. E la frase che segue immediatamente impedisce che questa piccolezza si volga in nulla: «Ma tutte le cose provengono da quel principio comune che governa l’universo». La goccia non è perduta: appartiene al mare. La zolla, all’ordine. Vedersi minuscoli significa, per lui, ritrovare il proprio posto — e con il posto, la calma. La vista dall’alto è una disciplina della ragione: ci si eleva al di sopra dell’immenso, lo si misura, e misurarlo placa. L’atarassia si conquista qui attraverso una sottrazione dell’io.
Perché la stessa immensità placa l’uno e travolge l’altro?
Perché ci sono due modi di essere piccoli di fronte al vasto: sfidarlo dall’alto, o riceverlo in pieno volto. Un altro testo, nato all’altro capo del mondo, mostra il rovescio esatto dell’esercizio romano. Su un campo di battaglia, prima dello scontro, un guerriero chiede di vedere il dio così com’è. La grazia gli è concessa — e ciò che vede non si lascia misurare dal di fuori: gli piomba addosso.
Ti vedo con braccia, petti, volti e occhi innumerevoli, con una forma assolutamente infinita. Senza fine, senza mezzo, senza inizio, così ti vedo, Signore universale, forma universale.
Questa viśvarūpa, questa forma universale, non placa nulla. Là dove l’impero diventava un punto, qui interi mondi si inabissano in bocche innumerevoli. Il veggente non domina la scena: ne è travolto. «Vedendo la tua bocca spalancata e i tuoi grandi occhi fiammeggianti, l’anima mi trema, non ritrovo né equilibrio né calma», confessa Arjuna (XI.24). E la forma parla, cosa che mai fa il cosmo stoico: «Io sono Hāla, il Tempo distruttore del mondo; vecchio, sono venuto qui per annientare le generazioni» (XI.32).
Teniamo anzitutto separati i due testi, perché non descrivono la stessa vastità. Quella di Marco Aurelio è una Natura ordinata, impersonale, che la ragione abbraccia con uno sguardo: ci si sta in piedi, sopra, e si respira. Quella della Gītā è un Tempo personale, divorante, che nessuno sguardo sovrasta: ci si sta in ginocchio, dentro, i capelli ritti. L’uno contempla l’immenso; l’altro ne è contemplato. La piccolezza consola il primo, folgora il secondo. Confonderli significherebbe non aver letto né l’uno né l’altro: la serenità del Portico non è il sacro terrore del campo di Kurukṣetra.
Eppure i due testi fanno la stessa cosa all’io. Lo sradicano dal centro. Marco Aurelio vede che nulla gli appartiene in proprio: la goccia è del mare, lui stesso è di «quel principio comune che governa l’universo»; non è l’autore del mondo, ma una parte portata da esso, e acconsente alla sua porzione. La Gītā trae dall’immensità la stessa conseguenza, dall’altro versante. Poiché il Tempo ha già tutto compiuto, il guerriero non deve credersi l’artefice di ciò che fa: «Ho già assicurato la loro rovina: sii solo lo strumento» (XI.33). Agire, sì — ma senza attribuirsene la fonte, come si è visto rinunciare al frutto dell’atto senza rinunciare all’atto.
Ecco la vetta dove i due sentieri si incontrano senza confondersi: smettere di credersi misura e origine delle cose. Il saggio romano vi sale attraverso la ragione che acconsente a un ordine che comprende; il guerriero vi è gettato dalla devozione che si inchina davanti a un mistero che lo supera. La serenità e il terrore non sono la stessa porta — ma aprono sulla stessa stanza: un io che non è più al centro. È la stessa ritirata fuori di sé che Marco Aurelio propone altrove, compiuta qui dalla sola vista di ciò che lo sovrasta.
Resta allora una domanda che né l’uno né l’altro risolvono per noi: ci si scopre piccoli guardando il mondo dall’alto, o venendone improvvisamente guardati?
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Fonti citate
- Marc Aurèle, Pensées pour moi-même, ed. Germer-Baillière, 1876 (trad. Barthélemy-Saint-Hilaire), trad. Jules Barthélemy-Saint-Hilaire.
- Bhagavad-Gîtâ, Bhagavad-Gîtâ, ed. Librairie de l’Institut, 1861 (trad. Burnouf), trad. Émile Burnouf.