La gioia è un passaggio
Per Spinoza, la gioia non è uno stato ma il segno di una potenza che cresce
Parliamo della gioia come di un luogo in cui dimorare: essere nella gioia, trovare la gioia, perderla. Il linguaggio comune ne fa un umore, un colore dell’anima, qualcosa che si possiede o di cui si è privi. Spinoza la definisce altrimenti, e lo spostamento è più radicale di quanto appaia.
La Gioia è il passaggio dell’uomo da una minore a una maggiore perfezione. La Tristezza è il passaggio dell’uomo da una maggiore a una minore perfezione.
La parola che regge l’intera costruzione è passaggio. Spinoza vi si sofferma lui stesso nella spiegazione che segue le definizioni: «Dico passaggio. Perché la Gioia non è la perfezione stessa». Se nascessimo perfetti, non proveremmo alcuna gioia — saremmo perfetti, semplicemente, senza saperlo. La gioia non è un gradino; è il superamento di un gradino. Non si possiede, si attraversa. Appena si pretende di insediarvisi, già è cessata.
Da qui una conseguenza controintuitiva. La gioia non ricompensa il merito; accompagna, quasi meccanicamente, ogni aumento della nostra potenza d’agire. Spinoza lo formula senza giri di parole:
La Gioia e la Tristezza sono ora passioni mediante le quali la potenza di ciascuno, o il suo sforzo di perseverare nell’essere, è accresciuta o diminuita, assecondata o ostacolata.
Ogni essere, in Spinoza, si sforza di perseverare nella propria esistenza; è la sua natura stessa, non una scelta morale. La gioia non è altro che il sentimento, provato dall’interno, che questo sforzo riesce — che possiamo un po’ di più. La tristezza è il sentimento opposto: «l’atto mediante il quale è diminuita o ostacolata la potenza d’agire dell’uomo». Non è una colpa, né una prova meritoria, né una profondità. È una diminuzione. Qualcosa, in noi, può meno.
Il filosofo ne trae freddamente le conseguenze. Se la tristezza riduce la nostra potenza, allora tutto ciò che ci rattrista ci diminuisce — senza eccezioni, qualunque ne sia la nobiltà apparente. Una morale, una devozione, un ordine che avessero bisogno della nostra tristezza, che si nutrissero della nostra colpa, della nostra paura o del nostro risentimento, lavorerebbero proprio per questo a renderci meno capaci di agire. Spinoza ha intitolato la quarta parte dell’Etica «Della schiavitù umana»: essere schiavi, per lui, significa esattamente questo — essere guidati da affetti che non si comprendono, e che si scambiano per il fondo delle cose.
La nostra epoca ha fatto delle passioni tristi una risorsa, quasi un’industria. Il confronto incessante, l’allarme alimentato, il senso di inadeguatezza non trattengono l’attenzione per caso: la trattengono perché diminuiscono, e un essere diminuito cerca senza sosta di ripararsi là dove gli si promette, a pagamento, di farlo. Spinoza non risponde a questo con la distrazione, che non è che un’altra tristezza, camuffata. Risponde con la comprensione: una tristezza di cui si sono colte le cause cessa di essere del tutto una passione subita.
Occorre però non confondere la gioia che egli intende con l’euforia o il semplice piacere. Spinoza distingue con cura la gioia dell’anima intera da ciò che chiama solletico — il compiacimento di una parte di noi ottenuto a scapito del resto, e che può benissimo coincidere con una diminuzione dell’insieme. La gioia in senso forte accresce la potenza dell’essere tutto intero; per questo si accorda con la ragione, ed è per questo che nessuno può togliercela dall’esterno come si riprende un bene che si credeva di possedere. Non è un avere.
La gioia, dunque, non è una cosa che si ha. È il nome che prende, visto dall’interno, un aumento della nostra forza di esistere. Non la si cerca come si cerca un luogo; la si riconosce, dopo, da questo segno semplicissimo: che si può, ormai, un po’ più di prima.
Fonti citate
- Baruch Spinoza, Éthique, ed. Wikisource (Garnier Frères, 1913), trad. Charles Appuhn.