Sîmorgh
سیمرغ (sî morgh)
Uccello-re leggendario della mitologia persiana, ripreso da ʿAṭṭār come figura del divino che gli uccelli del mondo partono a raggiungere. La parola cela un gioco di parole decisivo: *sî morgh* significa «trenta uccelli». Al termine delle sette valli, i trenta superstiti della ricerca scoprono che il *Sîmorgh* che cercavano non è altri che loro stessi — la meta portava da sempre impresso il numero dei cercatori.
Le Simorg n'est pas distinct de son ombre : soutenir le contraire, ce n'est pas dire la vérité ; l'un et l'autre existent ensemble.
Dal persiano sî (« trenta ») e morgh (« uccello »): il nome dell’uccello-re suona esattamente come lo stormo che lo cerca. ʿAṭṭār non si accontenta di una coincidenza sonora; ne fa la molla di tutto il poema. Gli uccelli attraversano il deserto, l’amore, lo stupore, e al termine l’estinzione (fanā) — per leggere nel nome del Sīmorgh il proprio. Il cercatore e il Cercato non erano due; la distanza percorsa era la forma che assumeva, per il tempo del viaggio, la loro unità invisibile.
L’immagine che suggella questa identità è quella dello specchio: il re troppo abbagliante per essere guardato in volto si lascia vedere in uno specchio, e questo specchio è il cuore. «Se scopri che l’ombra si perde nel sole, allora vedrai che tu stesso sei il sole». Non che l’uccello sia Dio come una rivendicazione; ma che al punto d’arrivo non resti più un io separato per stare davanti a un Altro.
Da distinguere dall’ātman del vedānta, che pone fin dall’inizio l’identità del sé profondo con il Brahman: il Sīmorgh, invece, si rivela solo al termine di una ricerca reale e costosa, e al prezzo della scomparsa del cercatore. Sīmorgh ≠ ātman: l’uno è un’identità da riconoscere, l’altro un’unione a cui bisogna arrendersi — e in cui ci si perde.