Reinventare pratiche collettive di cura: collaborazioni precarie e rottura sacra
Due voci per pensare la cura al di fuori delle logiche estrattive
Seguire i matsutake significa interessarsi a vite che si dispiegano negli interstizi di un sistema che le ignora o le sfrutta. Significa anche osservare come emergano pratiche senza un progetto predefinito, senza un’intenzione collettiva dichiarata. Anna Tsing propone di guardare a questi raccoglitori dell’Oregon – lavoratori precari, veterani, immigrati senza documenti – la cui attività quotidiana collega foreste degradate a mercati di lusso. La loro stessa esistenza interroga: che significa prendersi cura quando le strutture dominanti non lo consentono?
Raccoglitori tra le rovine
Seguire i matsutake significa interessarsi ai raccoglitori dell’Oregon, quei lavoratori precari, veterani delle guerre americane, immigrati senza documenti, che ogni sera vendono i funghi raccolti durante il giorno e che finiranno come prodotti di lusso sugli scaffali delle drogherie giapponesi più esclusive.
Questi raccoglitori non sono descritti come eroi o resistenti. La loro attività non viene presentata come un’alternativa politica o una forma di militanza. È semplicemente lì, ai margini di un sistema che non concede loro alcuno spazio stabile. I matsutake crescono in foreste danneggiate dallo sfruttamento industriale, e questi raccoglitori li raccolgono in condizioni di precarietà estrema. Il loro lavoro non trasforma il mondo, ma persiste nonostante tutto.
Tsing non propone un modello da seguire. Non dice che queste pratiche siano soluzioni. Mostra soltanto che esistono, e che la loro stessa esistenza è una forma di risposta a un mondo che le rende invisibili. I funghi diventano prodotti di lusso, ma i raccoglitori restano fuori dai racconti dominanti. La loro cura, se di cura si può parlare, è quella della persistenza: continuare a vivere, a raccogliere, a vendere, nonostante tutto.
La macchina che fabbrica cose
Di fronte a questa persistenza precaria, Ailton Krenak propone una via del tutto diversa. Per lui il problema non è solo lo sfruttamento o la precarietà, ma la logica stessa che trasforma tutto in risorsa. Questa logica, la definisce senza mezzi termini:
LA MACCHINA CHE FABBRICA COSE — Testo elaborato a partire dalla live Conversa Selvagem, con Ailton Krenak e Marcelo Gleiser, 17 apr.
La “macchina che fabbrica cose” non è una metafora astratta. Indica un sistema che riduce la Terra, i corpi e le relazioni a oggetti sfruttabili. Krenak non descrive questa macchina per proporne una riforma. Invoca una rottura radicale, un’uscita da questa logica. Per lui, la cura può emergere solo in questa frattura.
A differenza dei raccoglitori di Tsing, le cui pratiche si dispiegano negli interstizi del sistema, Krenak esige un rifiuto categorico di quel sistema. Non si tratta di trovare margini in cui sopravvivere, ma di ripristinare relazioni distrutte dalla modernità estrattivista. Queste relazioni non sono precarie: sono sacre. Legano gli esseri umani alla Terra, agli antenati, ai non-umani, in un’interdipendenza che non ha bisogno di giustificazioni economiche o politiche.
Due traiettorie, un medesimo rifiuto
Queste due voci non si incontrano in una sintesi facile. Tsing osserva pratiche che persistono nonostante il sistema, senza idealizzarle. Krenak esige una rottura con quel sistema, senza proporre un piano d’azione concreto. Eppure condividono un medesimo rifiuto: quello di considerare la cura come una questione tecnica o istituzionale.
Per Tsing, la cura non è una politica, ma una pratica che emerge dove non la si aspetta. Per Krenak, la cura non è un’azione, ma un modo di essere in relazione con ciò che ci supera. Né l’una né l’altro fanno della cura una soluzione chiavi in mano. La mostrano come una domanda aperta, una tensione da sostenere.
I raccoglitori di matsutake non formano una comunità unita da un progetto. La loro attività non è una resistenza organizzata. È semplicemente lì, tra le rovine del capitalismo, come traccia di ciò che persiste nonostante tutto. Krenak, invece, non parla di persistenza, ma di riattivazione. Non si tratta di sopravvivere ai margini, ma di ripristinare relazioni spezzate dalla “macchina che fabbrica cose”.
Queste due traiettorie non convergono. Non si completano. Coesistono, come due risposte possibili a una stessa impasse. L’una mostra che pratiche di cura possono emergere anche nelle condizioni più precarie. L’altra ricorda che la cura può esistere solo in una rottura con le logiche che la rendono impossibile.
Né l’una né l’altra propongono un modello. Non dicono come organizzare collettivi, né come negoziare con i poteri costituiti. Mostrano semplicemente che la cura, se deve esistere, non può accontentarsi dei quadri dominanti. Deve annidarsi nei loro interstizi, oppure rifiutarli radicalmente.
Fonti citate
- Anna Tsing, Le Champignon de la fin du monde, ed. .
- Ailton Krenak, A vida n o til, ed. Companhia das Letras, São Paulo, 2020, trad. trad. maison (du portugais).