La gioia come potenza di resistenza
Desiderio contro estinzione o desiderio come sottomissione all'Uno?
La gioia non è uno stato passivo. Implica una dinamica, una forza che si misura nella sua capacità di resistere o di dissolversi. Due voci si rispondono qui, senza confondersi: quella di un’affermazione che abbraccia il molteplice, e quella di un’estinzione che assorbe ogni molteplicità nell’Uno. Queste voci non si oppongono in partenza; si dispiegano innanzitutto come due proposte distinte, due modi di pensare il desiderio e il suo rapporto con la potenza.
La gioia come affermazione vitale
Deleuze propone una gioia che nasce dall’eterno ritorno, non come ripetizione dell’identico, ma come trasmutazione della negazione in potenza affermativa. La volontà di potenza, lungi dal ridursi a una forma di dominio, diventa qui una forza che dice sì alla vita nella sua totalità, compresi i suoi aspetti più dolorosi. La negazione non è più rifiuto, ma inclusione: si trasforma in un’affermazione della negazione stessa.
Per e nell’eterno ritorno, la negazione come qualità della volontà di potenza si trasforma in affermazione, diventa un’affermazione della negazione stessa, si fa potenza di affermare, potenza affermativa.
Questa gioia non è sottomissione a un ordine prestabilito. È immanente, cioè emerge dal movimento stesso della vita, senza riferimento a un aldilà. Il molteplice non è un ostacolo da superare, ma la materia stessa dell’affermazione. La resistenza, qui, non consiste nell’ergersi contro qualcosa, ma nel perseverare nell’atto di dire sì, anche quando questo sì include ciò che nega.
La gioia come estinzione del desiderio
Ibn ʿArabī, invece, colloca la gioia in un altro registro: quello della risoluzione del desiderio nell’Unità divina. La molteplicità non è negata, ma si dissolve in una coscienza assoluta in cui ogni oggetto è già contenuto, in modo latente, nel Soggetto unico. Il desiderio, qui, non è una forza da affermare, ma una tensione da superare. La gioia sopraggiunge quando il soggetto si cancella davanti all’Uno, quando la polarizzazione tra sé e l’altro cessa.
arabo
italiano Mantenere l’assoluta inalienabilità della Sua Verità. Questa tensione è infatti la tensione tra polarizzazione e non-polarizzazione, tra una coscienza assoluta che conterrebbe in sé, latente ed essenzialmente, ogni oggetto, e un divenire infinito che assorbirebbe ogni soggetto nel processo infinito della propria auto-realizzazione.
La resistenza, in questa prospettiva, non è lotta contro l’estinzione, ma accettazione di essa. Il desiderio non scompare con la forza, ma attraverso il riconoscimento del suo carattere illusorio di fronte all’Uno. La gioia non è l’affermazione di un divenire infinito, ma la pace che segue la dissoluzione di ogni opposizione.
La tensione come proposta
Queste due voci non si incontrano in un compromesso, ma in una tensione mantenuta. Da un lato, una gioia che si afferma nel molteplice; dall’altro, una gioia che si realizza nell’Uno. L’una vede nel desiderio una potenza da dispiegare, l’altra un’illusione da dissolvere.
Eppure, una convergenza emerge, non in una sintesi, ma in una domanda comune: come può la gioia essere al contempo resistenza e abbandono? In Deleuze, resistere significa affermare la vita nella sua diversità, anche quando questa diversità include la negazione. In Ibn ʿArabī, resistere significa accettare di lasciarsi assorbire da ciò che supera ogni polarità.
La gioia, allora, non è né pura affermazione né pura estinzione. È ciò che persiste nell’interstizio, ciò che si tiene al confine tra il molteplice e l’Uno, senza scegliere definitivamente. Propone una meditazione sui limiti del desiderio: fino a che punto si può affermare senza perdersi? Fino a che punto ci si può perdere senza cessare di affermare?
Fonti citate
- Gilles Deleuze, Nietzsche et la philosophie, ed. .
- Ibn ʿArabî, Les Chatons des sagesses (Fuṣûṣ al-Ḥikam), ed. .