Senza collaborazioni, siamo tutti morti

Due voci sulla persistenza delle periferie

Senza collaborazioni, siamo tutti morti
Nicolas Poussin — Orione cieco alla ricerca del sole nascente (1658). Metropolitan Museum of Art, CC0.

Se le periferie resistono, è anzitutto per ciò che le unisce.

L’improvvisazione delle collaborazioni

Senza collaborazioni, siamo tutti morti.

Anna Tsing, Le Champignon de la fin du monde  — ed. da traduzione francese, trad. viasophia

La frase non ammette equivoci. Non descrive un ideale, ma una condizione. Le collaborazioni di cui si parla non sono alleanze scelte, ma necessità nate dalla precarietà. Emergono là dove le strutture dominanti falliscono nel garantire la sopravvivenza. La loro forma non è data in anticipo: si compone sul momento, a partire da ciò che resta, da ciò che può ancora aggregarsi. Il fungo, il raccoglitore, la foresta ferita – ognuno dipende dagli altri per persistere, senza garanzia di durata.

Questa persistenza non è una vittoria. È uno stato di fatto, fragile e provvisorio. Le collaborazioni di cui parla Tsing non appartengono né a un piano né a una tradizione. Sono risposte locali a disordini globali, rattoppi che reggono finché le condizioni lo permettono. La loro forza sta nell’adattabilità, la loro debolezza nella dipendenza dalle circostanze.

Il ciclo delle solidarietà

Gli imperi, come gli individui, hanno dunque un’esistenza, una vita propria; crescono, raggiungono l’età della maturità – il testo reca inoltre: -£>^y^ Jt, espressione poco chiara: resupiruB.

Ibn Khaldūn, Les Prolégomènes (Muqaddima), tome 1 , libro 1, cap. III  — ed. da traduzione francese di William Mac Guckin de Slane, Notices et extraits, Imprimerie impériale, Paris, 1863, t. 1, trad. viasophia

La frase di Ibn Khaldūn si inscrive in un’altra temporalità. Gli imperi nascono, crescono e declinano secondo un movimento che supera le volontà individuali. La loro persistenza non dipende da collaborazioni improvvisate, ma da una forza collettiva che egli chiama ‘aṣabiyya: una solidarietà organica, spesso tribale, che permette ai gruppi periferici di resistere, poi di imporsi.

Questa resistenza non è un accidente. È un momento in un ciclo più ampio, in cui le periferie diventano centro, per poi erodersi a loro volta. La ‘aṣabiyya non è una risposta alla precarietà, ma una struttura che la precede e la supera. Non si negozia: si trasmette, si rafforza o si indebolisce secondo leggi che Ibn Khaldūn osserva come un naturalista osserva le stagioni.

Ciò che persiste

Le due voci non si incontrano. L’una parla di collaborazioni effimere, l’altra di cicli storici. Eppure condividono una stessa attenzione a ciò che consente di durare.

In Tsing, la sopravvivenza è questione di legami immediati, di dipendenze assunte. In Ibn Khaldūn, è questione di coesione profonda, di legami che attraversano le generazioni. L’una vede la persistenza come un’arte dell’istante, l’altra come una legge del tempo lungo.

Ma in entrambi i casi, la resistenza delle periferie non è un’eccezione. È una condizione dell’esistenza stessa. Senza collaborazioni, senza ‘aṣabiyya, non c’è sopravvivenza possibile – né per gli individui, né per gli imperi.

Fonti citate

  • Anna Tsing, Le Champignon de la fin du monde, ed. .
  • Ibn Khaldûn, Les Prolégomènes (Muqaddima), tome 1, ed. Notices et extraits, Imprimerie impériale, Paris, 1863, t. 1, trad. William Mac Guckin de Slane.