Uno sguardo, non una presa
Per Simone Weil, l'attenzione giusta non è la volontà che afferra, ma lo sguardo che si rende disponibile. La Bhagavad-Gītā, che pure ordina di agire, scioglie la stessa mano.
La mano che si richiude troppo in fretta su ciò che brama lo fa sfuggire. Si stringe, e l’oggetto scivola via. Vale per una bolla che un soffio di troppo fa scoppiare, per un sonno che si insegue e si allontana, per una verità che si vuole strappare e si sottrae. Alcune cose non si afferrano. Si donano solo a una mano aperta, a uno sguardo che non ghermisce il suo oggetto.
Simone Weil prende la parola più banale — attenzione — e la rovescia contro ciò a cui solitamente la si riduce: lo sforzo, la tensione, la volontà che si tende verso il suo bersaglio. Nei quaderni che Gustave Thibon raccolse dopo la sua morte sotto il titolo La Pesanteur et la Grâce, la vera attenzione è l’esatto contrario di una presa.
L’attenzione assolutamente senza mescolanza è preghiera.
Per misurare il salto, intendiamo ciò che ella scarta. La volontà, dice, « non ha presa che su alcuni movimenti di alcuni muscoli »: posso volere posare la mano piatta sul tavolo, non posso volere la purezza, la verità di un pensiero, l’amore. Stringere i denti « in materia di virtù, o di poesia, o della soluzione di un problema » non produce che un irrigidimento sterile. L’attenzione giusta è negativa: sospende il pensiero, lo tiene disponibile, vacante, e non impone nulla all’oggetto. Non si attacca al reale, lo si lascia venire. Davanti a un’immagine che non si comprende, il suo metodo si riassume in poche parole: « guardarle finché la luce non sgorghi. » E l’avidità di trovare guasta tutto: « Tirando il grappolo, i chicchi cadono a terra. »
Che cos’è l’attenzione, per Simone Weil?
Non è una concentrazione che si irrigidisce su un oggetto, ma il suo contrario: la sospensione del pensiero, che si rende disponibile, vuoto, pronto a ricevere. Non si cerca, si attende; non si afferra, si accoglie. Portata al suo culmine, senza mescolanza di avidità né di scopo, questa pura disponibilità coincide con la preghiera.
Il gesto ha il suo esatto rovescio in un testo che, invece, non chiede affatto di sospendere l’azione — anzi, la comanda. Sul campo di battaglia, Arjuna lascia cadere l’arco: non vuole più combattere. Krishna non gli consiglia il ritiro; gli ordina di agire. E il verso che annoda tutta la dottrina usa, anch’esso, la parola attento.
Sii attento all’adempimento delle opere, mai ai loro frutti; non compiere l’opera per il frutto che procura, ma non cercare di evitare l’opera.
Tenerli dapprima a distanza, altrimenti l’avvicinamento non vale nulla. Weil si ritrae dal fare: la sua attenzione è passiva, l’« io » vi si dissolve, si attende che la luce giunga. La Gītā, al contrario, mantiene la mano all’opera — « non cercare di evitare l’opera » — e anzi la spinge al combattimento. L’una sale attraverso il ritiro dall’azione, l’altra attraverso il suo pieno esercizio. Dove Weil toglie la mano dall’opera per non fare che guardare, Krishna la lascia all’opera e le sottrae solo l’altra presa: quella che già si protende verso il risultato. Ricettività contro impegno: non si fonderanno questi due gesti in uno solo.
Eppure sciolgono lo stesso nodo. Ciò che l’una e l’altra via sottraggono è la presa sull’esito — la mano che vuole possedere il frutto, lo sguardo che ghermisce per avere. Weil lo enuncia in una sola formula: « La condizione è che l’attenzione sia uno sguardo e non un attaccamento. » La Gītā lo dice in tre parole — « mai ai loro frutti » — e chiama questo gesto interiore ciò che la tradizione definirà l’atto senza desiderio del frutto, il niṣkāma-karma. In entrambi i casi, l’attenzione cessa di essere una presa su ciò che vuole ottenere. L’« io » che reclamava la sua ricompensa si dissolve: in Weil « scompare » nell’attenzione piena; nella Gītā agisce senza attribuirsi il risultato. Due mani inverse — l’una che si ritrae, l’altra che resta all’opera — e la stessa palma aperta.
Resta l’immagine dell’inizio. La bolla regge solo al soffio esattamente misurato, e solo finché la mano non si richiude: troppa avidità la fa scoppiare, troppa assenza la lascia cadere. Tra i due, uno sguardo che accompagna senza afferrare. Forse è lì, in quello stretto intervallo in cui si smette di voler prendere, che qualcosa finalmente si dona.
Fonti citate
- Simone Weil, La Pesanteur et la Grâce, ed. Librairie Plon, 1948 (recueil établi par Gustave Thibon).
- Anonyme (Mahābhārata), La Bhagavad-Gîtâ, ou le Chant du Bienheureux, ed. Wikisource (Librairie de l'Institut, 1861), trad. Émile-Louis Burnouf.