L'utero della foresta: matrice di pensiero e resistenza
Meditazione a partire dalla voce di Davi Kopenawa
La foresta non è uno scenario. Non è nemmeno un semplice « ambiente naturale », quel concetto che, riducendosi a un involucro esterno, ha finito per giustificare il proprio smantellamento. Secondo Davi Kopenawa, essa è un corpo intero, un mundo inteiro – espressione che usa per designare ciò che la sua lingua chiama urihi a pree o urihi a pata: la grande terra-foresta, l’insieme del livello terrestre. Non è una metafora. È un’esperienza vissuta, un modo di abitare il mondo in cui la foresta respira, sanguina, sogna e partorisce. Il suo utero, urihi a pree, non è un’immagine poetica: è il luogo da cui emergono i pensieri, i racconti, le forze che permettono di reggere in piedi di fronte a chi vuole squartarla.
667 - Davi Kopenawa utilizza questa espressione in portoghese: mundo inteiro, per tradurre l’espressione yanomami urihi a pree o urihi a pata, « la grande terra-foresta », che designa l’insieme del livello terrestre.
La foresta come corpo vivo
Davi Kopenawa osserva che la foresta non è uno spazio neutro, ma un organismo i cui ritmi dettano quelli degli umani. Ha le sue stagioni di fame – fame di carne di selvaggina, fame di cibo vegetale –, i suoi luoghi chiusi, urihi komi, dove si aggirano esseri malefici, e le sue vaste distese antiche, urihi a pata, che portano in sé la memoria di tempi immemorabili. Queste distinzioni non appartengono a una classificazione ecologica, ma a una cartografia intima, in cui ogni termine rimanda a una relazione concreta: la foresta come ventre che nutre, come pelle che protegge, come utero che genera.
Questa visione sposta radicalmente il nostro rapporto con il vivente. Dove noi parliamo di « ambiente » – una parola che presuppone una separazione tra l’umano e ciò che lo circonda –, Davi Kopenawa parla di un tutto indivisibile. Il mundo inteiro non è una cornice, ma una matrice. La foresta non è intorno a noi: noi siamo in lei, come il feto nel ventre di sua madre. Questa inversione non è innocua. Implica che la distruzione della foresta non sia una perdita esterna, ma una mutilazione di sé. Quando la terra sanguina, è il corpo stesso di chi ne dipende a lacerarsi.
L’utero come fonte del pensiero
Se la foresta è un utero, allora i pensieri che ne nascono non sono costruzioni astratte, ma emanazioni organiche. Davi Kopenawa non separa la riflessione dalla carne del mondo. I sogni, i canti, i racconti sciamanici sono fluidi che circolano tra gli umani e la terra-foresta. Non provengono solo dalla mente, ma da questa matrice comune, urihi a pree, dove tutto è legato.
Questa concezione mette in discussione l’idea stessa di « natura » come dominio separato dalla cultura. Per gli Yanomami, non esiste frontiera tra il selvaggio e il civilizzato, tra il pensato e il vissuto. La foresta non è un serbatoio di risorse, ma un partner con cui si negozia in permanenza. Quando Davi Kopenawa evoca « il resto della foresta », urihi a xee hëaɨwi, non è un lamento per un ecosistema in via di estinzione, ma la constatazione di un’amputazione. Ciò che resta non è più un corpo intero, ma un arto fantasma, una presenza dolorosa che ricorda ciò che è stato strappato.
Resistere dall’utero
La resistenza, in questa prospettiva, non è una strategia politica, ma una necessità vitale. Non nasce da un’ideologia, ma da una relazione carnale con la terra-foresta. Davi Kopenawa mostra che la forza di reggere di fronte ai bulldozer e alle malattie portate dagli invasori non scaturisce da un’astrazione, ma da questa matrice vivente. La foresta non è un simbolo della lotta: è la lotta. Ogni albero abbattuto, ogni fiume avvelenato è un attacco all’utero che ci porta.
Questa visione getta una luce nuova sui concetti occidentali di « ambiente naturale » o di « biodiversità ». Davi Kopenawa sottolinea l’inganno di queste parole, che, riducendo la foresta a un insieme di risorse o di servizi ecosistemici, ne fanno un oggetto da gestire piuttosto che un soggetto da rispettare. Il meio ambiente (ambiente naturale) non è che un relitto dell’antica « natura », uno spazio residuale circondato dall’industria. La foresta yanomami, invece, non è un ambiente: è un mondo intero, un mundo inteiro.
Il sogno come atto di resistenza
In questa cosmologia, il sogno non è una fuga, ma un atto politico. Gli sciamani yanomami sognano la foresta per mantenerla in vita, per negoziare con gli spiriti che la popolano, per riparare le ferite inferte dalle macchine. Il sogno è una forma di resistenza attiva, un modo di riaffermare che la foresta non è morta, che continua a partorire pensieri, racconti, forze.
Davi Kopenawa ci ricorda che la distruzione della foresta non è solo una catastrofe ecologica, ma un attacco alla capacità stessa di pensare. Se l’utero della terra-foresta viene mutilato, è un intero modo di stare al mondo a crollare. La resistenza, allora, non consiste solo nel proteggere alberi o animali, ma nel preservare questa matrice che ci fa esistere – e che, in cambio, ci dà la forza di batterci per lei.
Fonti citate
- Davi Kopenawa, La Chute du ciel, ed. Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. Bruce Albert (propos yanomami recueillis et traduits).