English · Filosofia occidentale

Active Hope

Da Joanna Macy e Chris Johnstone, la speranza smette di essere una previsione — *« prima o poi si sistemerà tutto »* — per diventare una pratica. Non la si *ha*, la si *fa*, come si coltiva un orto o ci si allena al tai-chi. Tre gesti la compongono: guardare in faccia la realtà, nominare la direzione che si vuole veder realizzare, fare un passo verso di essa. Non richiede ottimismo: la si può praticare anche là dove ci si sente senza speranza, perché ciò che la guida non è la stima delle probabilità, ma l’intenzione. Sperare diventa un verbo.

Active Hope is a practice. Like tai chi or gardening, it is something we do rather than have. It is a process we can apply to any situation, and it involves three key steps. First, we take a clear view of reality; second, we identify what we hope for in terms of the direction we’d like things to move in or the values we’d like to see expressed; and third, we take steps to move ourselves or our situation in that direction.
Joanna Macy & Chris Johnstone, Active Hope: How to Face the Mess We're in without Going Crazy, Introduction, « What Is Active Hope? ». New World Library, 2012

La speranza attiva nasce da una condivisione della parola hope. C’è la speranza-desiderio — sapere quale mondo si vorrebbe, al punto che fa male — e c’è ciò che se ne fa. La speranza passiva attende che un’istanza esterna realizzi ciò che si desidera; la speranza attiva rende chi spera attore di ciò che spera. Lo spostamento sta tutto in questo passaggio dal nome al verbo: non uno stato d’animo che si subisce, ma un gesto che si ripete.

Da qui deriva il fatto che non dipenda dall’ottimismo. Valutare le proprie possibilità, poi avanzare solo quando ci si sente sicuri, significa ancora fondare l’azione su una scommessa. Macy e Johnstone invertono l’ordine: si sceglie prima ciò che si vuole far accadere, e l’intenzione diventa la guida — anche nelle zone in cui, misurando freddamente, ci si scoprirebbe senza speranza. La pratica affonda le radici nel «lavoro che riconnette» (Work That Reconnects), dove attraversare la lucidità sul collasso in corso non spegne la capacità di agire, ma la libera. È per questo che la speranza attiva si lascia pensare accanto a chi impara a restare con il problema piuttosto che fuggirlo.

La speranza attiva non è l’ottimismo: l’ottimista scommette che andrà bene, e la sua energia crolla quando la previsione si fa cupa. Non è nemmeno il pessimismo, che scommette il contrario e demobilita allo stesso modo — entrambi puntano su un risultato. E non è la speranza passiva, che aspetta che siano altri ad agire: qui non si attende che la cosa accada, ci si fa uno dei sentieri attraverso cui può accadere.

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