L'estrazione dei viventi: ombre e immagini-essenze

Due logiche della predazione, una stessa guerra contro i mondi

L'estrazione dei viventi: ombre e immagini-essenze
Raffaello — 'La Scuola di Atene' di Raffaello Sanzio da Urbino. Wikimedia Commons, Public domain.

La violenza estrattiva non si limita a prelevare. Trasforma ciò che tocca in qualcos’altro: una materia disponibile, un’ombra senza spessore, un serbatoio di senso da svuotare. Due voci ne svelano i meccanismi, da luoghi che tutto sembra opporre. L’una parla dalla storia dei corpi razzializzati, l’altra dalla foresta e dai suoi spiriti. Eppure, nella loro stessa distinzione, qualcosa risuona.

L’Africa e il Nero come risorse mitiche

Eppure, risorse mitiche, l’Africa e il Nero non sono soltanto supposti alimentare un limite insostenibile, la violazione del senso e un’isteria gioiosa.

Achille Mbembe, Critique de la raison n gre  — ed. da una traduzione francese non specificata, trad. viasophia

Mbembe nomina qui un’operazione che va oltre lo sfruttamento economico. L’Africa e il Nero diventano risorse mitiche: non realtà da sfruttare, ma figure che servono ad alimentare altro. Un limite insostenibile, cioè una soglia che il sistema non può varcare senza negare sé stesso, ma che deve tuttavia continuamente spostare per mantenersi. La violazione del senso indica quella breccia attraverso cui il vivente viene svuotato del proprio significato per ridursi a un segno al servizio di un racconto esterno. Quanto all’isteria gioiosa, suggerisce un godimento nella stessa distruzione, come se la violenza estrattiva trovasse la propria legittimazione nell’eccesso che produce.

Ciò che viene preso di mira non è solo un territorio o dei corpi, ma una funzione simbolica. L’Africa e il Nero non sono ridotti a risorse materiali – sono mobilitati come operatori di senso, entità la cui sola esistenza giustifica e nutre un sistema che ha bisogno di loro per definirsi. Il loro valore risiede in ciò che permettono di non vedere: l’arbitrarietà di una logica che deve incessantemente reinventarsi per mascherare la propria fragilità.

Gli xapiri e l’invisibilizzazione delle immagini-essenze

come spiriti ausiliari xapiri le « immagini » (utupë) primordiali degli esseri, entità e oggetti più diversi (l’universo di queste immagini-essenze è, per definizione, infinito).

Davi Kopenawa, La Chute du ciel , libro La Chute du ciel, § propos yanomami  — ed. da una traduzione francese di Bruce Albert, Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. viasophia

Kopenawa descrive un mondo in cui ciò che viene predato non è solo la foresta o i suoi abitanti, ma gli utupë – quelle immagini-essenze che precedono e fondano ogni esistenza. Gli xapiri, spiriti-amici, sono i custodi di questo universo infinito di immagini primordiali. Predare la foresta significa innanzitutto negare l’esistenza di queste immagini, renderle invisibili, come se non fossero mai state soggetti a pieno titolo.

La violenza estrattiva non è solo un’aggressione contro esseri visibili. È una guerra contro ciò che li rende possibili: un tessuto di immagini-essenze che non si riducono né a risorse, né a simboli, ma che costituiscono la trama stessa del mondo. Gli xapiri non sono metafore – sono presenze attive, alleati la cui scomparsa equivale a un’amputazione del reale. Negandoli, è l’infinito stesso dei possibili a essere attaccato.

Due riduzioni, una stessa logica

Mbembe parla di risorse mitiche laddove Kopenawa evoca immagini-essenze. I termini differiscono, ma l’operazione è simile: trasformare ciò che esiste in qualcos’altro da ciò che è. In un caso, corpi e territori diventano operatori di senso al servizio di un sistema che ha bisogno di loro per legittimarsi. Nell’altro, spiriti e immagini primordiali sono resi invisibili affinché la foresta non sia più che un serbatoio di materie prime.

La convergenza non risiede in un’identità dei meccanismi, ma nel loro effetto: la riduzione di ciò che vive a una funzione estraibile. Che questa funzione sia simbolica (alimentare un’isteria gioiosa) o materiale (sfruttare la foresta), essa presuppone sempre una violenza epistemica – un modo di conoscere che nega la complessità di ciò che apprende.

Ciò che resiste alla cattura

Né Mbembe né Kopenawa propongono soluzioni. Indicano piuttosto ciò che, nella predazione stessa, sfugge alla logica estrattiva. Per Mbembe, è forse nella violazione del senso che qualcosa si sottrae: un limite insostenibile che, venendo continuamente spostato, rivela l’instabilità del sistema. Per Kopenawa, è l’infinito degli utupë a resistere: un universo di immagini-essenze che, per definizione, non può essere esaurito.

La resistenza non è un programma, ma una presenza. Consiste in ciò che persiste a esistere al di fuori delle categorie della predazione: corpi che rifiutano di essere ombre, spiriti che continuano a danzare nonostante l’invisibilizzazione. È ontologica prima che politica, perché tocca ciò che fa di un mondo un mondo – e non una risorsa.

Fonti citate

  • Achille Mbembe, Critique de la raison n gre, ed. .
  • Davi Kopenawa, La Chute du ciel, ed. Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. Bruce Albert (propos yanomami recueillis et traduits).