Noche oscura
noche oscura (« nuit obscure »)
Da Jean de la Croix, la « notte oscura » designa la via purgativa attraverso cui l’anima attraversa le tenebre per unirsi a Dio: notte dei sensi dapprima, in cui si è privati di ogni consolazione sensibile, poi notte dello spirito, più profonda, dove solo la fede guida. Il cammino è stretto, privo di luce propria, ed è proprio questa privazione a elevare. La notte non è una prova che si subisce, ma l’opera di Dio che purifica. Non si confonde con la depressione: non chiude l’anima, la conduce.
C’est dans le premier Cantique qu’elle déclare son bonheur, et qu’elle appelle ce chemin étroit, la Nuit obscure de l’Ame, comme il paraît dans les vers du même Cantique.
Il poema si apre con una fuga notturna: en una noche escura, l’anima esce dalla sua casa finalmente tranquilla, senza altra luce che quella che arde nel suo cuore. Giovanni della Croce conferisce a questa notte lo statuto di un cammino: è così che l’anima «chiama questo sentiero stretto, la Notte oscura dell’Anima». La parola non indica uno stato d’animo, ma una via — la via purgativa che conduce all’unione.
Questa via ha due versanti. Dapprima la notte dei sensi: l’anima è privata delle dolcezze e delle consolazioni di cui godeva, e molti credono di regredire mentre invece avanzano. Poi la notte dello spirito, ancora più nuda, in cui Dio agisce nell’«oscurità della contemplazione». Giovanni avverte il direttore d’anime: bisogna saper «distinguere se è il senso o lo spirito a essere purificato», e non confondere questa purgazione con «l’effetto della malinconia». La notte non è un vuoto affettivo; è una luce troppo intensa per l’occhio, che abbaglia come tenebra.
La noche oscura non è dunque la «notte nera dell’anima» nel senso moderno — un crollo, una disperazione clinica. Qui l’oscurità guida «più sicuramente della luce di mezzogiorno». Non è nemmeno il nada, che designa la soglia dello spogliamento, l’atto con cui la creatura lascia andare ogni cosa finita: la notte è la prova attraversata, il nada il gesto che la rende possibile. E si distingue dalla quiete dei Padri greci — l’hesychia — perché non è riposo, ma passaggio: non si abita la notte, la si attraversa.