La natura come soggetto: tre voci, una soglia
Dominio, reciprocità, dissoluzione — l'impensato del dualismo
Nessun termine potrebbe contenere la natura senza ridurla. Oggetto, soggetto, flusso — queste categorie non sono che le tracce di un pensiero che vi si scontra, o vi si dissolve. Tre proposte si ergono qui, irriducibili: l’una fa della natura uno strumento legittimo, l’altra una rete di proprietà attribuite agli esistenti, l’ultima una fioritura del vuoto in cui l’io si dissolve. Ciascuna porta con sé un’ontologia, un rapporto col mondo, un’etica. Nessuna si lascia assorbire dalle altre. Eppure, la loro stessa giustapposizione fa emergere una domanda che le trascende: quella del dualismo come soglia, come limite da varcare o da dissolvere.
La natura come strumento vivente: la legittimità del dominio
Come quelle, lo schiavo è uno strumento vivente; e poiché la città e lo Stato non possono fare a meno degli strumenti che sono loro indispensabili, la schiavitù è legittima, la schiavitù è naturale, allo stesso titolo dell’acquisizione dei beni necessari alla vita.
La natura non è un partner, ma un mezzo. Si confonde con i beni di cui la città ha bisogno per sussistere, e questi beni, a loro volta, si confondono con gli strumenti che permettono di acquisirli. Lo schiavo, qui, non è una metafora: è il paradigma stesso del rapporto che l’uomo intrattiene con ciò che lo circonda. Uno strumento vivente, cioè un utensile che respira, che forse soffre, ma la cui sofferenza non è un’obiezione al suo uso. Ne è piuttosto la condizione: uno strumento che non soffrisse non sarebbe vivente, e dunque non sarebbe pienamente efficace.
Questa proposta non si limita a giustificare la schiavitù. Fonda un’ontologia in cui la natura è ciò che può essere posseduto, usato, trasformato. Lo schiavo non è un altro uomo, ma un altro tipo di uomo, la cui stessa natura è quella di essere al servizio. La città, in questo senso, non è un contratto tra eguali, ma una gerarchia naturale in cui ogni elemento trova il suo posto. I beni necessari alla vita non sono doni, ma acquisizioni legittime, poiché la natura, in quanto insieme di risorse, è lì per essere presa.
In questo quadro non c’è reciprocità possibile. La natura non ha diritti, perché non ha volontà. Non è un soggetto, ma un serbatoio di potenzialità da attualizzare. L’uomo, invece, è colui che attualizza. La sua razionalità non è una qualità tra le altre, ma il principio stesso che distingue l’agente dallo strumento. Il dominio non è una scelta, ma una necessità: senza di esso, la città crollerebbe. E se la città è naturale, allora lo è anche il dominio.
Questa voce non propone un’etica, ma una logica. Non dice: “bisogna dominare la natura”, ma: “la natura è ciò che può essere dominato, e questo dominio è legittimo perché è naturale”. Il dualismo non è un problema, ma un’evidenza. L’uomo e la natura sono due poli distinti, e il loro rapporto è asimmetrico per essenza. La domanda non è se questa asimmetria sia giusta, ma se sia necessaria. E per Aristotele, lo è.
La natura come sistema di proprietà: l’ontologia prima della relazione
Era dunque necessario liberarsi dal pregiudizio sociocentrico e scommettere che le realtà sociologiche — i sistemi relazionali stabilizzati — sono analiticamente subordinate alle realtà ontologiche — i sistemi di proprietà attribuite agli esistenti.
Qui la natura non è più un oggetto, ma un insieme di proprietà. Non è più ciò che si oppone all’uomo, ma ciò che lo precede, ciò a partire da cui le relazioni si dispiegano. Il dualismo non è un’evidenza, ma un pregiudizio — quello che consiste nel credere che società e natura siano due ambiti separati, mentre non sono che gli effetti di una stessa ontologia.
Descola non propone un’etica della reciprocità, ma un metodo. Non dice: “la natura ha diritti”, ma: “i sistemi relazionali che osserviamo dipendono dalle proprietà che attribuiamo agli esistenti”. Queste proprietà non sono essenze, ma modi di ritagliare il mondo. Un albero non è un oggetto inerte, ma un essere a cui si imputano qualità — vita, crescita, agency — che determinano poi le relazioni che si intrattengono con esso.
La subordinazione delle realtà sociologiche alle realtà ontologiche è un rovesciamento. Significa che le leggi, le consuetudini, le istituzioni non sono primarie, ma derivate. Non creano le categorie, ne sono i prodotti. Così, la natura non è ciò che si oppone alla cultura, ma ciò che la rende possibile. Non è un serbatoio di risorse, ma un tessuto di proprietà che strutturano le interazioni.
Questa proposta non nega il dualismo, ma lo sposta. Non dice: “l’uomo e la natura sono una cosa sola”, ma: “la distinzione tra uomo e natura è una costruzione tra le altre, e questa costruzione dipende dalle proprietà che si attribuiscono agli esistenti”. La natura non è un soggetto di diritto, ma un campo di proprietà che può, o meno, essere trattato come tale. La reciprocità non è un obbligo morale, ma una possibilità ontologica.
Descola non propone una fusione, ma una decostruzione. Non si tratta di negare le differenze, ma di situarle là dove emergono: nei sistemi di proprietà attribuite. La natura non è un partner, ma una rete di potenzialità relazionali. E queste potenzialità non sono date, ma costruite.
La natura come fioritura del vuoto: la dissoluzione dell’io
Fiori del vuoto: il Genjōkōan di Dōgen con il commento di Yasutani Roshi.
Qui la natura non è né un oggetto, né un sistema di proprietà, ma una fioritura. Lo stesso termine “natura” è già troppo carico, troppo dualista. Presuppone una separazione tra chi osserva e ciò che è osservato, mentre per Dōgen questa separazione è un’illusione. Il Genjōkōan — la manifestazione del reale — non è uno stato da raggiungere, ma la realtà stessa, così come si dispiega in ogni istante.
La citazione è vuota, ma questo vuoto non è un nulla. È la condizione stessa della fioritura. I “Fiori del vuoto” non sono oggetti, ma eventi — irruzioni che non appartengono a nessuno, nemmeno a chi li contempla. L’io non è un soggetto di fronte alla natura, ma una finzione che si dissolve nel flusso dei fenomeni.
Questa proposta non nega la natura, ma la trascende. Non dice: “la natura è un soggetto”, ma: “la distinzione tra soggetto e oggetto è un errore di prospettiva”. Il dualismo non è una questione di relazione, ma di percezione. Non c’è da una parte l’uomo e dall’altra la natura, ma un unico movimento, un unico soffio, in cui tutto è al tempo stesso agente e paziente, osservatore e osservato.
Dōgen non propone un’etica, ma una pratica. Non si tratta di rispettare la natura, ma di dissolversi in essa. La reciprocità non è un’alleanza, ma un’identità. L’io non è un partner, ma un’illusione da superare. La natura non è un altro, ma il luogo stesso in cui il sé si disfa.
Questa voce non cerca di riconciliare l’uomo e la natura, ma di mostrare che la loro separazione è una costruzione mentale. Non propone una nuova ontologia, ma un’esperienza: quella in cui il dualismo si dissolve, in cui le categorie si sfaldano, in cui soggetto e oggetto non fanno più uno.
La soglia del dualismo: tre proposte, una domanda
Queste tre voci non si rispondono. Non si contraddicono nemmeno, perché non parlano dello stesso piano. L’una fonda una logica del dominio, l’altra un metodo di decostruzione, l’ultima una pratica di dissoluzione. Eppure, la loro giustapposizione fa emergere una domanda comune: quella del dualismo come soglia.
Per Aristotele, il dualismo è un’evidenza. L’uomo e la natura sono due poli distinti, e il loro rapporto è asimmetrico per essenza. La natura è ciò che può essere posseduto, usato, trasformato. Non ha diritti, perché non ha volontà. Il dominio non è una scelta, ma una necessità.
Per Descola, il dualismo è un pregiudizio. Non è un dato, ma una costruzione, dipendente dalle proprietà che si attribuiscono agli esistenti. La natura non è un oggetto, ma una rete di potenzialità relazionali. La reciprocità non è un obbligo morale, ma una possibilità ontologica.
Per Dōgen, il dualismo è un’illusione. Non è una questione di relazione, ma di percezione. L’io non è un soggetto di fronte alla natura, ma una finzione che si dissolve nel flusso dei fenomeni. La natura non è un altro, ma il luogo stesso in cui il sé si disfa.
Queste tre proposte non convergono. Non si completano. Non formano una sintesi. Eppure, il loro confronto rivela qualcos’altro: una soglia. Quella in cui il dualismo stesso diventa la domanda. Non come un errore da correggere, ma come un limite da varcare, o da dissolvere.
Aristotele non cerca di superare il dualismo, ma di fondarlo. Descola non cerca di negarlo, ma di decostruirlo. Dōgen non cerca di riconciliarlo, ma di dissolverlo. Eppure, in tutti e tre i casi, il dualismo è ciò che è in gioco. Ciò che viene interrogato, contestato, o trasceso.
La natura non è un oggetto, né un soggetto, né un flusso. È ciò che si tiene tra queste proposte. Ciò che le rende possibili, e ciò che le supera. È la soglia in cui il dualismo si rivela come la domanda stessa — quella che precede ogni risposta, ogni ontologia, ogni pratica.
Ed è forse lì, in questa soglia, che le tre voci si incontrano senza confondersi: nell’idea che la natura non è ciò che se ne dice, ma ciò che rende possibile ciò che se ne dice. Che non è un oggetto da dominare, né un soggetto da rispettare, né un flusso da dissolvere, ma ciò che si tiene al di là di queste categorie. Ciò che le precede, e ciò che le eccede.
Fonti citate
- Aristote, La Politique, ed. 3e éd. revue et corrigée, Paris, 1874 (Gallica/BnF), trad. Jules Barthélemy-Saint-Hilaire.
- Philippe Descola, Par-del nature et culture, ed. .
- Dōgen, dogen-shobogenzo-treasury-true-dharma-eye-tanahashi, ed. .