Abitare un territorio in via di scomparsa: precarietà e resilienza oceanica

Due voci per una sopravvivenza senza confini

Abitare un territorio in via di scomparsa: precarietà e resilienza oceanica
Nicolas Poussin — Orione cieco cerca il sole nascente (1658). Metropolitan Museum of Art, CC0.

Un territorio in via di scomparsa non è un luogo vuoto. È attraversato da forze che lo disgregano e da altre che lo ricompongono. Due voci si levano per parlarne, una dalle rovine del capitalismo, l’altra dal mare-oceano. Non si rispondono direttamente, ma il loro scarto stesso disegna una tensione in cui si gioca qualcosa della sopravvivenza.

La precarietà come humus

Uno dei motivi per tenere a mente la precarietà è che essa ci ricorda che cambiare in funzione delle circostanze è l’humus della sopravvivenza.

Anna Tsing, Le Champignon de la fin du monde  — ed. da una traduzione francese di casa, trad. viasophia

La precarietà non è qui uno stato passivo. È ciò che costringe a trasformarsi, a piegarsi alle circostanze senza sottomettervisi. Tsing non descrive un mondo in cui si subisce, ma in cui si compone con ciò che resta, in cui si coltivano forme di vita negli interstizi. L’humus non è un suolo stabile, ma un miscuglio di detriti, spore, frammenti che, insieme, permettono a qualcos’altro di crescere.

Questa visione non idealizza la precarietà. Ne fa una condizione, non un destino. Cambiare in funzione delle circostanze non è una sottomissione, ma un modo di reggersi in piedi là dove le strutture crollano. La sopravvivenza non è questione di resistenza pura, ma di adattamento continuo – una danza con ciò che si disfa.

L’oceano come spazio di connessione

Un discorso economicistico e deterministico geografico che ignora cultura e storia, i processi contemporanei di consulenza degli esperti, le agenzie di sviluppo regionale e internazionale, i pianificatori burocratici e i confini economici, frontiere tracciate in epoche precedenti all’apoteosi di Cook.

Epeli Hauʻofa, Our Sea Of Islands , cap. 12-13" maison langSource="en  — ed. da una traduzione francese di casa, basata su: A New Oceania: Rediscovering Our Sea of Islands, University of the South Pacific, Suva, 1993

Hauʻofa rifiuta i racconti che riducono le isole a spazi marginali, determinati da confini economici o geografici. Per lui, il mare non è un limite, ma uno spazio di circolazione, memoria e sovranità. Le isole non sono punti isolati, ma nodi in una rete oceanica dove si intrecciano relazioni che precedono e superano le categorie imposte da esperti, pianificatori, agenzie di sviluppo.

Ciò che è in gioco qui è un altro modo di pensare il territorio. L’oceano non è un vuoto tra le terre, ma un ambiente vivo, uno spazio di connessione anziché di separazione. Le frontiere di cui parla Hauʻofa non sono naturali: sono state tracciate da storie di dominio, da racconti che hanno cristallizzato le isole in una posizione di dipendenza. Contro questo, propone una visione in cui il mare unisce invece di isolare.

Due modi di scomparire, due modi di resistere

Queste due voci non parlano degli stessi luoghi, ma condividono una stessa attenzione alle forze che emergono là dove le strutture vacillano. Tsing guarda alla precarietà come a un humus, Hauʻofa all’oceano come a uno spazio di connessione. L’una lavora con le rovine, l’altro con i flussi.

Eppure, un punto in comune si delinea: né l’una né l’altro si rassegnano alla scomparsa. La precarietà non è una fatalità, ma una condizione a partire dalla quale si inventa. L’oceano non è un confine, ma un ambiente in cui si circola, in cui ci si riappropria di ciò che è stato imposto.

Ciò che emerge dagli interstizi

Se si seguono queste due voci, abitare un territorio in via di scomparsa non è solo questione di resistenza o adattamento. È anche questione di sguardo: vedere nelle rovine delle possibilità, nei flussi delle connessioni, nelle frontiere degli spazi da reinventare.

La precarietà diventa humus quando si accetta di cambiare con le circostanze. L’oceano diventa spazio di sovranità quando si rifiuta di pensarlo come un limite. Né l’una né l’altro propongono soluzioni, ma modi di reggere – modi che non separano la sopravvivenza dalla trasformazione.

Fonti citate

  • Anna Tsing, Le Champignon de la fin du monde, ed. .
  • Epeli Hauʻofa, Our Sea Of Islands, ed. A New Oceania: Rediscovering Our Sea of Islands, University of the South Pacific, Suva, 1993, p. 12-13 ; repris dans The Contemporary Pacific 6/1, 1994, trad. texte original anglais ; rendu français maison.