I megaprogetti: due voci sulla terra e il metallo
Modernizzazione tecnica e profanazione sciamanica
I megaprogetti non sono soltanto opere. Sono operazioni che mettono in gioco un certo rapporto con la terra. Due voci, due modi di dire ciò che accade quando dispositivi tecnici trasformano il suolo, i fiumi, le foreste. L’una parla di modernizzazione, l’altra di profanazione. Nessuna nomina direttamente i megaprogetti, ma ciascuna ne illumina un aspetto: la terra come oggetto da dominare, o come spazio in cui circolano spiriti.
La terra come posta in gioco della fine dei tempi
Bruno Latour, nella sua sesta conferenza, interroga cosa significhi non porre fine alla fine dei tempi. Non descrive i megaprogetti, ma ne delinea la cornice. La modernizzazione, così come la analizza, è un processo che trasforma la terra in un oggetto di preoccupazione tecnica. Non è più uno scenario, né un serbatoio di risorse, ma un luogo in cui si decide qualcosa di essenziale: la sopravvivenza di un certo rapporto con il mondo.
6ª conferenza - Come (non) porre fine alla fine dei tempi?
Questa conferenza non parla di dighe, miniere o strade. Parla del modo in cui la modernità si confronta con il proprio limite. I megaprogetti, pur non essendo nominati, emergono come dispositivi che prolungano questo confronto. Non sono soluzioni, ma sintomi: tentativi di dominare una terra che resiste al controllo. Latour non dice che la terra scompare. Dice che la questione della sua scomparsa è diventata centrale. Non è più uno sfondo, ma un attore.
Il metallo di Omama e la terra che svanisce
Davi Kopenawa, invece, parla di un’altra scomparsa. In La caduta del cielo, non descrive cantieri, ma una cosmologia in cui il metallo è legato a Omama, figura che mantiene l’equilibrio del mondo. Senza quel metallo, la terra non regge più. Non è un oggetto da sfruttare, ma uno spazio abitato da spiriti. I megaprogetti, pur non essendo designati come tali, appaiono come operazioni che spezzano questo equilibrio.
yanomami italiano Nella nostra, che è quella degli spiriti, parliamo del metallo di Omama, perché senza di esso la terra svanirebbe e con essa i suoi abitanti.
Kopenawa non dice che il metallo è sacro. Dice che, senza di esso, la terra svanirebbe. Non come un paesaggio, ma come un mondo in cui umani e spiriti coesistono. L’estrazione non è un’operazione neutra. Implica una rottura con ciò che fa reggere la terra. I megaprogetti, pur non essendo nominati, sono gesti che strappano quel metallo, e con esso un certo modo di abitare il mondo.
Due modi di dire la terra
Latour e Kopenawa non parlano delle stesse cose. L’uno analizza un processo di modernizzazione che trasforma la terra in una posta in gioco tecnica. L’altro descrive una cosmologia in cui la terra è uno spazio vivo, dove il metallo è un elemento che la tiene insieme. I megaprogetti, pur non essendo al centro dei loro discorsi, appaiono come operazioni che coinvolgono queste due visioni.
Per Latour, sono dispositivi che prolungano una certa idea di modernità. Per Kopenawa, sono gesti che rompono con gli spiriti. In entrambi i casi, la terra non è un semplice oggetto. È ciò che è in gioco.
Nessuno dei due propone una soluzione. Latour non dice come porre fine alla fine dei tempi. Kopenawa non dice come preservare il metallo di Omama. Si limitano a invitare a guardare ciò che accade quando i megaprogetti trasformano la terra: un dominio tecnico, o una rottura con gli spiriti.
Ciò che resta
Le due voci non convergono. Non si oppongono nemmeno. Descrivono due modi di pensare ciò che i megaprogetti implicano. Latour parla di una terra che diventa posta in gioco per la sopravvivenza della modernità. Kopenawa parla di una terra che scompare se le si toglie ciò che la fa reggere.
I megaprogetti non sono il soggetto principale di questi testi. Ma ne sono un’illustrazione. Mostrano che la terra non è mai un semplice scenario. È ciò che viene trasformato, o ciò che viene spezzato. Senza giudizio, senza conclusione, questi due frammenti invitano a distinguere prima di cercare un terreno comune.
Fonti citate
- Bruno Latour, Face Ga a, ed. .
- Davi Kopenawa, La Chute du ciel, ed. Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. Bruce Albert (propos yanomami recueillis et traduits).